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La rivalutazione necessaria


Il segretario del Tesoro statunitense, Timothy Geithner è volato verso Pechino. Il suo arrivo nel celeste impero potrebbe significare l’avvicinamento della tanto attesa rivalutazione del tasso di cambio dello Yuan. Pare che la Cina stia per allentare le manovre artificiali che fanno in modo che la moneta resti svalutata, quindi facilmente comprabile dai consumatori esteri. Questo rende i prodotti cinesi molto economici e molto competitivi.

C’è stato un largo dibattito economico per comprendere come Pechino tenesse la sua valuta debole ma competitiva e se questo fosse un effettivo svantaggio per i paesi occidentali, in primo luogo gli Stati Uniti. Personalmente credo che spesso le teorie economiche più veritiere siano quelle più semplici. Per questo sono completamente d’accordo con l’analisi che fa Charles Kupchan dalle colonne del “The New York Times” e pubblicata oggi dal nostro “Il Sole 24 ore”. Mentre ho dei forti dubbi su quella di Fabrizio Galimberti.

L’autore statunitense afferma che è necessario far fluttuare lo Yuan liberamente. Grazie all’alleggerimento delle manovre statali questo potrebbe rivalutarsi a causa della forte richiesta di export, e di conseguenza di moneta, cinese. La rivalutazione farebbe calare le esportazioni cinesi a vantaggio di quelle di tutti gli altri stati esportatori, in primis Stati Uniti e Italia (dato che l’export tedesco occupa un diverso tipo di mercato). La rivalutazione potrebbe anche portare benessere agli stessi cinesi. Una diminuzione dell’export potrebbe significare un aumento dei consumi interni, che si tradurrebbe in un aumento e in una redistribuzione del reddito per le famiglie cinesi.

Infine Kupchan afferma che gli Stati Uniti non possono ottenere la rivalutazione tramite minacce politiche, ma solamente aumentando il loro grado di cooperazione con la Cina. Barack Obama non può accusare Hu Jintao di svolgere azioni contro la concorrenza: se Pechino è il cattivo che rema contro il libero mercato, Washington non può di certo rappresentare il buono.

Al contrario, il giornalista italiano cerca di dimostrare come lo Yuan non abbia un tasso di cambio così basso come si pensi: la rivalutazione sarebbe un altro atto dirigistico e non il trionfo del libero mercato. L’opinione è legittima, la dimostrazione meno. Galimberti prende i dati riguardanti la fluttuazione dal ’94 a oggi dei tassi di cambio delle monete che rispecchiano un’economia che consuma molto meno di quello esporta. Queste monete sono quelle di Giappone, Svezia, Norvegia, Svizzera e Danimarca. I dati ci dicono chiaramente come lo Yuan in termini percentuali si sia apprezzato molto di più delle monete degli altri paesi. Ciò che invece i dati non ci dicono è quale forza avevano queste monete nel ’94. Indubbiamente la Cina non era ancora una potenza delle attuali dimensioni, la sua bilancia commerciale non aveva certo gli squilibri che ha oggi: era appena un paese emergente. E’ ovvio che in questi anni lo Yuan si è rivalutato di più delle valute di stati che nel ’94 avevano già un quadro economico ben consolidato. La moneta cinese oltre a crescere più dello Yen, del Franco Svizzero e dei vari tipi di Corona, dovrà pian piano raggiungere la forza di queste valute. E la strada è ancora lunga.


Pubblicato il 8/4/2010 alle 16.21 nella rubrica Obameide.

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