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  econolitica [ "Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari. In breve, non ci piace. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi." John Maynard Keynes ]
         

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31 gennaio 2010

Speriamo che la Luna gli porti fortuna

Colto dalla totale frenesia di ottenere un qualsivoglia risultato in uno dei qualsiasi campi in cui il governo Bush si era cimentato, Barack Obama sembra essere preso dalla mania di lanciare segnali a tutto campo. Dopo la disastrosa decisione di vendere le armi a Taiwan, oggi il presidente ha tentato di giocare su un campo più semplice. Ha infatti annunciato che taglierà i finanziamenti alla NASA per raggiungere la Luna. Spero che nessuno contesti tale decisione.


Il buon senso comune ci dice che in una situazione come quella attuale l'interesse di un viaggio lunare è pressoché nullo. Nel caso in cui le imprese che si sono già impegnate nel progetto rischino il fallimento, a causa del ritiro dei finanziamenti provenienti dalla Casa Bianca, Obama ha invitato i privati ad investire in questa direzione. Credo che sia difficile che ciò avvenga, ma la speranza di trovare un miliardario folle, in questi casi, non muore mai. 

Il primo presidente afroamericano, in una situazione avversa, cerca chiaramente un risultato concreto da poter sbandierare agli elettori. Ha fatto troppe promesse. Ora le deve mantenere. Spero che agire su queste piccole cose, condivisibili da tutti i suoi cittadini, possa fargli acquisire la fiducia necessaria per rinnovare realmente l'economia americana; a partire dalla complessa riforma sanitaria. Poteva però pensarci prima di perdere la tranquilla maggioranza al senato. 


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31 gennaio 2010

No, proprio no

Sono scoppiati nuovamente gli attriti tra Stati Uniti e Cina. I tentativi di Barack Obama per farsi benvolere dai cinesi sembrano essere giunti al termine. Sembra infrangersi il sogno del G2, ovvero di una stretta alleanza economica e politica tra le due più grandi potenze mondiali. Tutto questo poteva apparire inevitabile. I modelli politici delle due superpotenze sono troppo diversi. La repressione cinese mal si concilia con il liberalismo sfrenato americano. 


I temi di scontro sono molteplici. In primo luogo c'è la rivalutazione dello Yuan, la moneta cinese. La banca centrale di Pechino non consente alla propria moneta di rivalutarsi in modo da mantenere bassissimi i costi dell'importazione di oggetti cinesi all'estero; ciò consente al made in China un fiorente mercato di export, mentre il made in USA viene soffocato dall'alto costo del Dollaro. Ci sono i veti posti dal governo di Pechino alle aziende statunitensi, che vedono il culmine nel caso Google; in cui il principe dei motori di ricerca non ha voluto cedere alla censura imposta da piazza Tienanmen. Per non parlare dei diritti umani nelle regioni autonome del Tibet e dello Xingjiang. In un angolo, rispetto a questi temi, sperduta e dimenticata rimaneva la spinosa questione di Taiwan.

Taiwan è lo stato creato sull'isola di Formosa dai nazionalisti cinesi, guidati da Chiang Kai-shek, sconfitti dai comunisti durante la rivoluzione maoista. E' da sempre un alleato americano in Asia. Con i recenti tentativi della Corea del Sud e del Giappone di rendersi più autonomi rispetto all'ingombrante alleato, Taiwan rappresenta l'ultima vera roccaforte statunitense in quest'area geopolitica. La Cina rivendica però la sua sovranità sull'isola. Ieri Barack Obama ha annunciato la vendita di armi al governo di Taipei, violando un recente trattato stipulato con Pechino. Ciò ha scatenato la più grave crisi diplomatica dal 2001. 

Provo a spiegarmi il motivo di tale gesto. Ma sinceramente non riesco proprio a trovarlo. Il controllo geopolitico della piccola isola non può essere più importante rispetto alle altre tematiche. Far scattare una crisi su questo tema può far irritare il governo di Pechino e indebolire le richieste di Washington su temi ben più importanti come quelli esposti in precedenza. Può essere visto come un atto di forza, per far vedere come gli USA possono imporsi sulla Cina, ma data la debolezza del governo Obama la vedo una mossa molto rischiosa. 

I rapporti economici tra Cina e USA sono un po' troppo delicati per essere messi in crisi da una polemica di così basso profilo. Bisognerebbe pensare un po' di più alle conseguenze quando si prendono questo tipo di decisioni. 


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30 gennaio 2010

Confuso

Anche il nostro ministro dell'economia è intervenuto al forum di Davos. Non posso che rendergli il merito di essere stato l'unico in controtendenza con il mainstream. E' stato l'unico ad evidenziare che le regole servono a ben poco se la politica non indirizza l'economia. Ha proposto una politica forte che possa interpretare di volta in volta le situazioni economiche, senza intricarsi in inutili regole. Ha affermato che le regole tanto invocate da Sarkozy sono solo una perdita di tempo che ingolfa il sistema economico. Ha proposto una nuova Bretton Woods. In parole povere il discorso di Tremonti è stata l'unica vera e propria affermazione del keynesismo. Il nostro ministro fiscalista ha lanciato il programma più progressista del forum. 


Sarebbe un discorso perfetto, in un altro momento. Oggi le regole sono richieste da tutti, e devono essere conseguite se si vuol convincere la gente nella validità dei nuovi piani economici. Il fiscalista ha pure affermato che il governo rivedrà la norma che impone ai manager delle società quotate di non guadagnare più dei parlamentari. La norma è completamente superflua, ma non danneggia nessuno e può fare aumentare la fiducia che i privati hanno nel sistema economico. Trovo politicamente grave che un ministro voglia cambiare una legge del Parlamento. E' un inutile atto di autoritarismo. 

Come Mario Draghi, Tremonti aspira a qualcosa di più. Le simpatie che ha ottenuto nell'ambiente leghista potrebbero farlo diventare il successore di Berlusconi. Da qualche mese cerca consensi in ogni parte politica. Oggi ha scoperto l'economia keynesiana, poco tempo fa si dichiarò favorevole a quel modello di lavoro stabile che lui stesso aveva contribuito a smantellare. Allo stesso tempo cerca di tenere il rigore dei conti pubblici, in modo da far dormire sogni tranquilli a Bruxelles. Si scaglia contro gli economisti, visti come spregevoli intellettuali. Critica il capitalismo e di tanto in tanto strizza l'occhio verso i dazi doganali tanto cari alla Lega Nord e a parte del nostro tessuto produttivo, specie l'agricoltura.

Il progetto politico di Tremonti è allora ben chiaro: giungere con più consensi possibili al momento dell'addio di Berlusconi. Ma per far questo sta percorrendo una strada tortuosa, nella quale cerca di accontentare tutti senza accontentare nessuno. La strategia è molto criticabile, ma non è detto che sia fallimentare. Tutto dipenderà da quale immagine riuscirà a trasmettere agli italiani. A me pare un fiscalista confuso che si approccia in malomodo ai grandi temi economici. Ad altri può apparire come un moderno tuttofare, che, privo dell'aggressività e del populismo di Brunetta, riesce a tenere l' ordine economico senza strozzare la popolazione.  






30 gennaio 2010

La vecchia volpe

A Davos Mario Draghi inverte la tendenza di Nicolas Sarkozy e Jean Claude Trichet. Parla di impegno condiviso da tutte le parti per riformare il mercato e il capitalismo. Questo è possibile perché profetizza una volontà condivisa che emerge grazie al consenso di economisti, banchieri, politici, governi e regolatori. Il suo è un discorso rassicurante, da buon padre di famiglia; vuole cullare tutte le parti in causa. Non divide ma unisce. Si vede proprio quanto ci tenga ad ad ottenere il mandato di governatore della Banca Centrale Europea.




30 gennaio 2010

La scelta giusta

Il PIL statunitense è cresciuto del 5,7% nel quarto trimestre del 2009. Gran parte della crescita è dovuta alla commercializzazione a basso prezzo delle scorte invendute, senza alcuna nuova produzione. Il dato è quindi un po' falsato, ma rispecchia comunque una situazione di forte crescita. Al netto delle scorte, l'economia americana sarebbe cresciuta come minimo del 3%. E' un dato confortante, che segna la lenta ripresa dalla crisi. 


I motivi principali della ripresa sono la debolezza del dollaro, che ha consentito una crescita delle esportazioni; e l'aumento della spesa pubblica non militare. La spesa totale degli USA è infatti scesa, perché sono stati tagliati i folli costi militari della precedente amministrazione. Al contrario, Obama ha fatto crescere i finanziamenti verso l'economia reale, consentendo la crescita dei consumi.

Ora il presidente promette un piano di aiuti alle imprese per favorire il'assunzione dei lavoratori. Il mercato del lavoro è ancora affetto da una disoccupazione del 10%, troppo elevata per gli standard statunitensi. Speriamo bene.


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permalink | inviato da Enrico Cerrini il 30/1/2010 alle 9:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



29 gennaio 2010

Disoccupazioni

L’ultimo rapporto Istat ci informa che la disoccupazione italiana è salita all’8,5%. Considerando che la disoccupazione fisiologica oscilla tra il 5-6%, e che stiamo affrontando la più grave crisi del dopoguerra, il dato non è di per sé preoccupante. Possiamo aggiungere che paragonato a quello degli altri paesi, è ben più vicino a quelli virtuosi che aquelli vicini alla bancarotta. L’ economia italiana conferma la sua abilità di camminare sempre vicino all’orlo del baratro senza affondare mai. In qualche modo riesce sempre a cavarsela. Ma a quale prezzo?

 

Malgrado tutto quello che ho detto sinora la tensione sociale cresce, la FIAT annuncia piani dolorosissimi, i sindacati sono sul piede di guerra. Perché tutto ciò? Un tale tasso di disoccupazione sarebbe risultato molto più tollerabile seil nostro paese avesse preso delle decisioni diverse nell’ambito del mercato del lavoro.

 

La legge Biagi, velocizzando l’entrata e l’uscita dal mercato del lavoro, avrebbe dovuto assottigliare il dato, ma sono mancate le regole. Se il mercato del lavoro fosse risultato più snello ma dotato di regole più severe, relative all’assunzione dei lavoratori, si sarebbe evitata la confusione attuale. Quando parlo di confusione mi riferisco ai contratti precari privi di una vera connotazione, come i contratti a progetto senza progetto e l’apprendistato senza alcun mestiere da imparare. Questa confusione non fa che aumentare l’instabilità sociale. Le poche regole stabilite non sono neanche state rispettate, perché spesso i controlli non sono stati effettuati, basti pensare alla grande fetta di lavoro nero ancora presente nella penisola.

 

La flessibilità del mondo del lavoro è spesso accompagnata da ammortizzatori sociali forti, tradotti in ampi sostegni alle famiglie di chi perde momentaneamente il lavoro. Ma il 50% del nostro welfare è assorbito dalla spesa pensionistica. Il rapporto Eurispes di oggi ci dice che i salari sono tra i più bassi rispetto ai paesi più industrializzati. Tutto questo basterebbe a rendere incandescente la situazione.

 

Gli stimoli all’economia sembrano già terminati. Chiusa la crisi finanziaria lo stato sembra essersene dimenticato, e non ritiene che si debba incentivare ulteriormente la ripresa; come se la crisi reale (conseguentea quella finanziaria) non esistesse. Così sembrano alle spalle gli incentivi ai consumi e non si discute più l’opportunità di tagliare le tasse sul lavoro, che sottraggono reddito agli operai.

 

 

 




29 gennaio 2010

Conferme

Ieri sera l'amministrazione Obama ha evitato il peggio. Ben Bernanke è stato riconfermato governatore della Federal Reserve, la Banca Centrale Statunitense, con ampio margine. Se il governatore fosse stato bocciato sarebbe stata l'ennesima sconfitta, in poche settimane, per il presidente. Probabilmente il caos politico si sarebbe aggravato. Ma non c'è molto da state allegri.


Bernanke è entrato nel board delle Federal Reserve quando questa era guidata da Alan Greenspan, uno dei principali fautori delle politiche scriteriate che hanno condotto alla crisi economica. Dopo pochi anni è stato nominato da George W. Bush, come governatore, nel 2006. Bernanke è quindi una delle espressioni di quel potere repubblicano che ha messo in seri guai gli Stati Uniti e l'intero globo.

Fortunatamente, durante la sua amministrazione, si è mostrato come un uomo pratico e moderato. E' stato più espressione della grigia burocrazia che del potere politico. Nella prima parte del suo mandato, la sua politica economica si è mostrata moderata rispetto a quella del suo predecessore. Durante la crisi ha aumentato l' offerta di moneta in modo da stimolare reddito e occupazione, scontrandosi con chi sosteneva che queste manovre avrebbero condotto solo ad una maggiore inflazione. 

In quest' ultimo periodo ha fatto però cessare questi stimoli: questo potrà provocare brutte conseguenze per l'occupazione. Per questo molti democratici guardavano scetticamente a una sua ricandidatura. Lo stesso i repubblicani non gli hanno perdonato gli interventi "socialisti" durante la crisi. 

Barack Obama lo ha comunque sostenuto, come governatore super partes. Credo che la scelta del Presidente sia stata azzeccata, perché il clima degli ultimi giorni, con la crescita dei malumori verso le tasse e l'intervento statale in economia, non avrebbe permesso la nomina di un governatore più progressista, molto vicino all'area liberal. Alla fine Bernanke si dimostra una buona sintesi della società americana.


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28 gennaio 2010

Trichet contro le banche

Dopo l'attacco di Sarkozy, i banchieri hanno subito e subiranno altri attacchi al meeting di Davos. Le accuse saranno più o meno le stesse, visto che le loro colpe sono sotto gli occhi di tutti. 

Il direttore della BCE, Trichet, si è allineato a questa tendenza, la differenza è che parla come un economista invece che come un politico. Fortunatamente non accusa le Banche di aver determinato l'intervento pubblico in economia, ma espone quello che non hanno fatto. Chiede ai banchieri di adoperare la necessaria trasparenza, redigendo bilanci che corrispondo al vero stato di salute delle aziende, e di finanziare maggiormente l'economia reale.

Lo stile e le parole con cui si rilasciano le dichiarazioni è spesso importante. Mentre Sarkozy ha preso posizioni nette e ha indicato la tendenza per il futuro, Trichet, pur seguendo la strada carismatico leader, si è limitato a dire quelle parole di buon senso che non possono che essere condivisibili. Sarebbe stato opportuno che l'uomo forte dell'Eliseo avesse fatto lo stesso.


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permalink | inviato da Enrico Cerrini il 28/1/2010 alle 20:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



28 gennaio 2010

La rivincita del monetarismo

Leggendo con superficialità le parole del Presidente Francese Nicolas Sarkozy al meeting economico di Davos, potrebbero sembrare quelle di un leader terzomondista. L'uomo forte dell' Eliseo attacca le banche e il capitalismo, denucia le perversioni del mercato. Afferma che " un'intera visione del mondo è fallita".

Uno dei massimi esponenti della destra mondiale vuole veramente cambiare il capitalismo? Non credo. Le sue parole possono essere interpretate in chiave estremamente conservatrice. Sarkozy sostiene che il sistema economico sarebbe crollato se non ci fosse stato l'intervento dello stato, e invoca nuove e ferree regole per il settore finanziario. La paura principale di Sarkozy è l'intervento pubblico in economia. E' questo che vuole evitare tramite le nuove regole. La crisi ha fatto fallire l'idea che il mercato funzioni autonomamente, senza regola alcuna, mentre si sono risvegliati i sentimenti Keynesiani che prevedono stimoli statali per sostenere l'occupazione e il reddito.

La destra, vicina alle teorie monetariste e neoclassiche, vede in questi interventi di stimolo una forma malefica di socialismo, da evitare come la peste. Dopo un anno in cui l'economia globale ha assunto comportamenti keynesiani, è iniziata, da qualche settimana, la controffensiva monetarista. Per dare nuova linfa a questa teoria si invocano le regole che sono mancate, si cerca di elaborare un modello dove tutto può funzionare al meglio solo se lo stato è regolatore ma non interventista. Nel creare queste regole si cerca di colpire solamente il mondo della finanza, usata come capro espiatorio di tutta la crisi. Non si reclamano quelle regole, ben più necessarie, sull'economia reale, relative alla concorrenza e al libero mercato.

Le parole di Sarkozy si inseriscono a pieno titolo nello scenario che si sta creando in questo momento. Ieri in Italia è stata apporovata una legge superflea che vieta ai manager delle società quotate di guadagnare di più dei parlamentari. Le elezioni del Massachusetts, vinte dal candidato repubblicano, hanno fatto voltare in questa direzione la politica di Obama. Paul Krugman ha denunciato il direttore della FED, Ben Bernanke, di aver rinunciato troppo presto a stimolare l'economia intervenendo sul mercato della moneta.

Proprio Krugman aveva auspicato la nascita di un nuovo "new deal", che avrebbe portato benessere alla popolazione globale grazie agli interventi statali e a un rafforzamento del welfare. Il comportamento assunto dagli stati durante la crisi sembrava dargli ragione. Ma osservando cosa sta succedendo in questi ultimi giorni ho paura che ritorneranno in auge, ancora una volta, le vecchie teorie monetariste. 


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permalink | inviato da cecish il 28/1/2010 alle 12:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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