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  econolitica [ "Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari. In breve, non ci piace. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi." John Maynard Keynes ]
         

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30 luglio 2010

Raus


Berlusconi ha cacciato Fini e i suoi filistei dal PDL. Probabilmente sarà una mossa che inciderà in negativo sulla tenuta del peggior governo italiano del dopoguerra, e di questo non posso che rallegrarmi. Ma io penso di reputarmi soddisfatto anche per la presa di posizione del premier Silvio Berlusconi. Finalmente si è mostrato coerente cacciando brutalmente chi era incompatibile con il suo partito, anche se questa mossa potrebbe portare ad un governo di larghe intese che probabilmente segnerebbe la fine del Berlusconismo.

Oggi probabilmente in molti osanneranno l’ex leader di AN definendolo il martire della politica italiana che si è scagliato contro Berlusconi, cercando di imporre un modello di destra serio ed europeo, ma è stato distrutto. Non ci sarebbe una definizione più falsa per una molteplicità di motivi.

Prima di tutto ritengo che l’unico uomo politico che si è martirizzato nel tentativo di battere Berlusconi senza invischiarsi nelle sue trame è stato Romano Prodi. Solo lui ha battuto il Cavaliere di Arcore, peccato che poi sia stato macinato dalle sue coalizioni rissose. Non ritengo certo chi ha scaricato Berlusconi, dopo aver cercato di banchettare nei suoi schemi di potere, un martire. Gianfranco Fini non è certo la vittima di tutto questo. Lo è solo per chi ha la memoria corta.

Vorrei ricordare che Gianfranco Fini ha vissuto spalla a spalla con Berlusconi per 15 anni prima di fondare il PDL. Due anni fa sapeva benissimo che avrebbe sciolto un partito formato da vecchi ruderi del MSI “bonificati” dall’acqua di Fiuggi, ma che aveva ancora una storia da raccontare, in un gigantesco comitato d’affari chiamato Popolo delle Libertà. Sapeva che non avrebbe potuto imporre la sua idea di partito finché Berlusconi avesse mantenuto il potere. Sapeva che avrebbe lavorato fianco a fianco con personaggi collusi con qualsiasi organizzazione illecita o occulta, dalla mafia a Scientology.

In quel periodo si è parlato della sagacia di Fini, che si univa al PDL per candidarsi al titolo di successore di Berlusconi. Sarebbe bastato appiattirsi ancora un poco sulle sue idee ed il gioco sarebbe stato fatto. Si diceva che Fini fosse il più intelligente alla corte del Cavaliere e avrebbe agilmente sbaragliato la concorrenza interna. Sfortunatamente l’intelligenza politica di Fini è svanita nel momento del suo punto più alto, cioè il congresso di Fiuggi. La mossa di convertire l’MSI in un partito moderato fu molto azzeccata, dette veramente una nuova linfa alla destra italiana. Ma con l’avvento del Cavaliere questa nuova destra non ha prodotto più niente, non ha mai avuto un vero e proprio progetto politico e si è fatta subito schiacciare dalla neonata Forza Italia.

Come AN fu schiacciata da Forza Italia nella coalizione del Polo delle Libertà, Fini si è lasciato schiacciare dalle faide interne al PDL nate per definire il futuro leader. Quando ha capito che ancora una volta non sarebbe diventato il leader della destra, è rimasto folgorato sulla via di Damasco, e ha iniziato a sputare sul suo alleato, sfruttandone i problemi giudiziari (che si trascina da ben prima della loro alleanza) e criticando la politica del governo di cui fa parte. Neanche Bertinotti era giunto a tanto, e almeno lui si poteva giustificare dicendo che era di estrazione movimentista.

Dopo aver tentato di partecipare alla grande abbuffata e non aver mangiato che gli scarti, Fini è stato costretto ad andarsene. Da qui nasce l’idea che formerà un nuovo partito che grazie alle sue idee porterà in Italia una destra sana e seria. Questa affermazione è più che discutibile. Se è vero che i berlusconiani e i leghisti al governo hanno elaborato delle leggi pessime, ricordo che il decreto firmato dal finiano Ronchi privatizza la gestione dell’acqua senza dare uno straccio di linea guida a questo passaggio. Ma soprattutto dove ci porterebbe la destra di Fini, quali sono i suoi modelli?

Il modello di Fini non è certo la destra seria ed europea di Angela Merkel, con la quale non ha alcun contatto. Qualche tempo fa sembrava che Fini si fosse innamorato del presidente francese Nicolas Sarkozy. Se questo è il suo modello allora vorrei ricordare che il presidente francese ha fondato il suo successo politico su una truffa: poco prima della scelta del candidato della destra alla presidenza accusò l’attuale premier De Villepen di aver preparato un dossier contro di lui. Ovviamente la notizia era falsa ma i francesi si intenerirono nei suoi confronti e lo elessero come presidente. Scelta sciagurata. Il programma di Sarkozy consiste nel supportare un capitalismo di stampo americano che prevede il minimo intervento dello stato nell’economia ovvero lo smantellamento dello stato sociale e la riduzione delle tasse (come sostiene anche il finiano Della Vedova). Lo stesso sciagurato capitalismo che ci ha portato alla crisi economica. Tutto ciò condito da principi come laicità e ambientalismo. Il risultato è che se si votasse ora, uno dei possibili candidati socialisti, Strauss-Kahn (personaggio mediaticamente meno presentabile di Prodi), farebbe incetta di voti. Fini probabilmente prenderebbe i principi economici di Sarkò e li condirebbe sostenendo un po’ la giustizia, che in Italia interessa ormai di più dell’ambiente e della laicità.

Tanti Auguri quindi a questo nuovo soggetto politico che si spaccia come la destra seria ma che nella migliore delle ipotesi naufragherà inglobato dall’UDC di cui Casini rimarrà leader indiscusso.

P.S. Se si cerca un leader di destra serio e capace allora basta guardare all’interno del PDL. Malgrado che si sia venduto a Berlusconi per un tozzo di pane e che i miei ideali politici siano distanti anni luce dai suoi, Giulio Tremonti resta l’unica persona di destra che posso considerare capace e preparata.




20 aprile 2010

La rivoluzione liberale

   
Silvio Berlusoni ha concluso la campagna elettorale delle regionali promettendo la rivoluzione liberale di cui il paese ha bisogno per essere competitivo. Solo pochi giorni dopo il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha presentato ai rappresentanti deglio ordini professionali la sua proposta di riforma di questi organismi.

Il ministro Alfano ha giustamente presentato il suo progetto davanti ai soli rappresentanti degli ordini professionali. Questa si è rivelata una scelta azzeccata, perchè non credo che gli altri esponenti della società sarebbero stati altrettanto felici di ascoltare i punti di questa riforma, specialmente le associazioni dei consumatori. Infatti Alfano, da vero liberale (?), ha proposto la reintroduzione delle tariffe minime, cancellate con la lenzuolata di Bersani.

Insomma la rivoluzione liberale va contro gli interessi globali dei cittadini e tende la mano alle caste e ai corporativismi. In particolare la riforma tende a blindare ancora di più il sistema corporativo, facendo in modo che gli ordini siano difficilmente accessibili ai giovani neolaureati. Questo è un problema colossale per le giovani generazioni, e tende ad accuire quella brutta caratteristica italiana di avere un elevato tasso di disoccupazione giovanile.

Il governo si conferma interessato a spezzetare la società fra i salvati, coloro che fanno parte di una casta o di un gruppo, coloro che trovano sempre le scappatoie per farla franca; e i condannati
coloro che da soli devono pensare alla propria realizzazione di sè, senza aiuti dall'esterno. Si viaggia verso una società frammentata, ben poco liberale, ma molto corporativa, dove le tutele sociali esistono ma la loro realizzazione è delegata alla casta di appartenenza, e non allo stato italiano.




14 aprile 2010

Ogni tanto, una buona notizia



Spulciando tra le pagine del quotidiano "La Repubblica" ho trovato una notizia molto interessante, riguardante il lavoro degli operai in una piccola fabbrica padovana. I 200 operai della Zf Marine non praticano un orario di lavoro standardizzato, ma possono scegliere il momento che più gli aggrada per svolgere i propri doveri, mantenendo due condizione necessarie: la continuità della produzione e la durata del lavoro di 40 ore settimanali. 
Nella pratica, gli operai ogni due mesi compilano una richiesta dove porgono all'attenzione della fabbrica i momenti migliori in cui possono lavorare. Fatto questo, un software modula le loro esigenze e le concilia a quelle delle necessità produttive della fabbrica. 

I risultati non possono che essere straordinari. La flessibilità degli orari del lavoro non fa altro che aumentare la disponibilità degli operai, facendo conciliare le loro esigenze lavorative con quelle ricreative e familiari. Una più larga flessibilità implica una migliore produttività del dipendente che non si sente più stretto tra orari di lavoro troppo rigidi e stressanti, ma si sente libero di gestire il suo tempo come più gli aggrada. 
Oltre alla diminuzione dello stress, questa decisione può essere motivo di un aumento della produttività perché tende a cambiare i rapporti tra lavoratore e imprenditore. Gli operai potrebbero infatti considerare l'impresa come un soggetto benevolo e non più come un'entità estranea che sfrutta il loro lavoro. Questo può far sì che i lavoratori ricambino la benevolenza dell'impresa con atteggiamenti maggiormente collaborativi verso di questa, ovvero impegnandosi di più nelle loro mansioni.

Alle fabbriche italiane e internazionali servirebbero molte decisioni simili, che tendono ad umanizzare il mondo del lavoro.  




12 aprile 2010

Mezzo Vuoto


La vignetta del bravo Giannelli, apparsa ieri sul Corriere della Sera, rappresenta molto chiaramente il rapporto tra economia e politica in Italia. Alla Conferenza organizzata da Confindustria a Parma si sono alternati politici, sindacalisti, economisti e imprenditori che hanno esposto le loro idee su come risollevare il belpaese. La guerra tra il mondo della politica e il mondo dell'impresa questa volta però non si è giocata sulle idee, ma sui dati. 

Il motivo principale di questa guerra dei dati è lo sbando politico del Premier Silvio Berlusconi. Con la parola sbando non voglio sottolineare un declino che non esiste, anzi il Premier appare sempre più forte. Ma la sua forza non si basa più sul modo di amministrare la nazione: ormai è chiaro che il presidente del Consiglio ha smesso di esercitare i suoi poteri per riformare il paese e intraprendere quella rivoluzione liberale che non gli è mai interessata. Berlusconi sembra pensare sempre di più soltanto a quello che gli interessa: giustizia e presidenzialismo. Il governo economico, l'amministrazione effettiva del paese è delegata ad una sorta di Superministro dell'Economia: Giulio Tremonti. 

Ormai è chiaro che il Superministro sforna le idee, mentre il Premier le sostiene con la sua abilità retorica, prima di fare quello che ha sempre fatto: attaccare i giudici, la sinistra e le istituzioni. Per questo motivo, come si verifica da alcuni mesi, l'unico esponente del governo a compiere un discorso serio, preparato e moderato per accontentare gran parte della platea è stato Giulio Tremonti. E' lui che ha dettato l'agenda del governo e ha fatto presa tra gli industriali annunciando una vera rivoluzione fiscale che dovrebbe accontentare non solo Confindustria ma ampi strati della popolazione. Si è posto come l'unico interlocutore possibile per tutte le parti in campo, ha migliorato molto la sua abilità retorica: è riuscito a porsi come l'unica persona che è in grado di gestire i conti pubblici ed è diventato la personalità più autorevole della destra italiana.

Per il Premier è stato sufficiente dar credito all'intervento del Superministro snocciolando dati che poco rispecchiano l'andamento reale del paese. Tremonti ha voluto sostenere una politica del risparmio che ha salvato i conti pubblici ma ha messo in seria difficoltà le imprese e l'occupazione. Berlusconi non ha fatto altro che sostenere, tramite dati fittizi, che l'occupazione non è a rischio e lo stato delle imprese è buono. Sfortunatamente per il governo, tutto questo non è vero. I dati sono stati smentiti dalla Presidente di Confindustria Emma Mercegaglia che si è lamentata dello stato in cui riversano gli affiliati della sua associazione. La conferenza si è tramutata in un gioco delle parti dove ognuna cercava di far "bere" all'altra la propria visione della realtà.

 




9 aprile 2010

La marcia dei 400


L’Anci Lombardia ha effettuato ieri una manifestazione che ha coinvolto 400 sindaci. Sono scesi in piazza per far sentire la loro voce contraria ai troppi paletti che impone il patto di stabilità. Il patto di stabilità è lo strumento che implica numerose pene nel caso in cui non vengano rispettati gli equilibri finanziari delle amministrazioni. Questo strumento è assolutamente necessario per non incorrere in gestioni finanziarie completamente sregolate come è successo in Grecia, o come accade in molti comuni del sud Italia. Al contrario può tramutarsi in un boomerang, non permettendo alle gestioni virtuose di investire adeguatamente, soprattutto in caso di crisi, nel momento in cui c’è più bisogno di nuovi investimenti pubblici in infrastrutture e soprattutto in servizi sociali.

Se non si può essere mai troppo cicale, non possiamo essere sempre troppo formiche. Ci sono delle circostanze in cui non possiamo mettere al rischio i servizi sociali, riservati specialmente alle fasce più deboli della popolazione, e l’occupazione nel tentativo di preservare un buon target inflazionistico o un buon stato dei conti pubblici. La marcia dei 400 sindaci è quindi più che legittima: credo che ogni altro comune virtuoso dovrebbe esprimere fortemente il proprio favore all’alleggerimento dei limiti previsti dal patto di stabilità.

Il problema è che la maggior parte dei sindaci Lombardi sono sostenuti da coalizioni che rispecchiano la stessa maggioranza di governo. La contraddizione pare netta: gli stessi amministratori e dirigenti locali dei partiti di governo manifestano contro la politica economica da questo intrapresa. E’ forse peggiore delle contraddizioni che consistevano il governo di centro-sinistra. Le risposte che da il governo ai propri amministratori non appaiono ancora adeguate: questi dovranno attendere con ansia il tanto chiacchierato federalismo fiscale per avere le idee più chiare.





2 aprile 2010

Respinto al mittente




Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rinviato per la prima volta un disegno di legge alle Camere. Il Parlamento dovrà discutere nuovamente a proposito del provvedimento contenuto nella Finanziaria che prevede l'introduzione della figura giuridica dell'arbitrato per sanare le controversie che nascono durante il licenziamento senza giusta causa. Dopo aver accettato alcune leggi giudicate ad personam dall'opinione pubblica, che hanno sollevato alcune polemiche verso il suo operato, il Capo dello Stato rinvia alle Camere il provvedimento più importante per il benessere dei cittadini. I suoi dubbi ricadono infatti sulla tutela del posto di lavoro degli italiani.

Il provvedimento era stato duramente contestato dai sindacati, che vedevano ridursi il loro ruolo nell'ambito delle controversie tra imprenditori e lavoratori. I dubbi di Napolitano si concentrano sul comma 9 dell'articolo 31, che prevede l'obbligatorietà di decidere al momento della stipulazione del contratto di lavoro se ricorrere al giudice o ad un semplice arbitro, in caso di controversie. Si teme infatti che l'imprenditore possa ricattare il lavoratore, vincolando l'assunzione al fatto di accettare il ricorso all'arbitrato.

Ma l'arbitrato per essere efficace, e rappresentare una vera alternativa rispetto al ricorso al giudice (e di conseguenza un'alternativa all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori) deve essere una scelta libera del lavoratore. Allo stesso tempo, le parti sociali devono avere più potere contrattuale quando si viene a creare una controversia sul posto di lavoro, e non essere vincolati ad operare solamente a monte, quando il contratto di lavoro viene stipulato.

L'arbitrato non è un male in sè, può essere un'opportunità per i lavoratori di uscire con più velocità da una controversia, e nel caso di licenziamento, di cercare immediatamente un nuovo posto di lavoro. Ma come ogni novità non può essere imposto dall'alto. Deve essere regolarizzato in modo che non si vadano ad infrangere i diritti di chi ha un contratto di lavoro subordinato. Una nuova discussione, più approfondita, nelle Camere non può far altro che bene sia a questa figura giurdica che ai lavoratori italiani.




31 marzo 2010

Il Nord da Olivetti a Cota



Le valli del Canavese, il territorio che circonda il comune di Ivrea, più di cinquant'anni fa sperimentavano un nuovo modello sociale sotto la spinta di Adriano Olivetti. L'imprenditore aveva l'intenzione di creare una comunità di persone che vivesse attorno alla sua fabbrica. Questa comunità doveva essere basata prima di tutto sul senso di solidarietà tra tutti gli individui che ne facevano parte, senza considerare la loro provenienza sociale.
Ognuno doveva collaborare per creare ricchezza per il territorio circostante. Di questa ricchezza ne avrebbero ususfruito sia le famiglie che da anni tradizionalmente vi risiedevano che chi arrivava dal sud in cerca di fortuna. La ricchezza che la Olivetti distribuiva in quella valle non consisteva solo nel denaro, ma anche nel vivere armoniosamente con lo spazio circostante e con un livello culturale elevato.

Quando Adriano Olivetti osservò che troppe persone arrivavano dal sud Italia ad Ivrea, in cerca di un lavoro umano e ben retribuito, capì che il territorio non avrebbe sostenuto il flusso migratorio. La sua risposta fu quella di andare oltre il Canavese, di investire fuori da quelle valli, per portare la ricchezza altrove, in modo che le famiglie del sud potessero trovare nei loro paesi le risposte che cercavano. Nacque così lo stabilimento Olivetti di Pozzuoli.

Oggi il Canavese resiste all'assedio di un'altra visione comunitarista: quella Leghista. Il comune di Ivrea è stato uno dei più generosi per il centrosisnistra, qui Roberto Cota, non è riuscto ad ottenere neanche il 40% dei consensi. Ma intorno a questa isola felice è avvenuto il disastro.

La Lega Nord trionfa in tutte le provincie ad eccezione di quella di Torino. La visione comunitarista di Adriano Olivetti viene stravolta in tutto il resto del territorio. Va avanti l'idea di una comunità che non si basa sulla solidarietà ma sulla chiusura a riccio nelle proprie tradizioni, e nel proprio territorio. La cultura viene abbandonata a favore dell'arroganza, dell'ignoranza e della rabbiosità. I problemi dele comunità si risolvono con l'aggressività, con la paura verso chi può minare le sue solide basi. In quest'ottica gli immigrati diventano dei mostri da cacciare con ogni mezzo, l'ingresso della Cina nel mercato mondiale si tramuta in uno scontro di civiltà da cui ci si può riparare solo con i dazi doganali.

A questo si avvia l'intero Piemonte, e l'intero Nord Italia. E' la prima volta che la Lega Nord si trova ad amministrare due regioni cruciali come il Veneto e il Piemonte. Riuscirà a tramutarsi in un partito di governo che possa dare risposte serie ai problemi che dovranno affrontare, tralasciando le risposte facili che servono solo ad accontantare la pancia dell'elettorato? Spero che chi governa possa prendere coscienza della serietà della missione che gli è stata assegnata. Forse esiste uno spiraglio per cui i governatori leghisti potrebbero riuscire a sostenere l'economia della zona. Al contrario, ho tutte le ragioni per credere che questi governi cercheranno di compleatare il decadimento morale e culturale di gran parte del nord Italia.




28 marzo 2010

A est niente di nuovo



La notizia dell'avvento di Cesare Geronzi al vertice di Generali, la più potente delle compagnie assicurative italiane, non stupisce nessuno. Da giorni si parlava del suo pomposo viaggio da Milano a Trieste, l'estremo oriente italiano. La natura stessa del capitalismo italiano, formato da pochi salotti e famiglie fin troppo potenti, ha creato tutti i presupposti per cui l'uomo più forte e esperto di questo sistema ricoprisse l'incarico di maggior prestigio.

E' l' ennesima prova di una classe dirigenziale priva di coraggio imprenditoriale che cerca esclusivamente la sua autoconservazione. Non c'è spazio per chi ha idee innovative, per giovani abili e intraprendenti; quando il giovane Matteo Arpe tentò di fermare il matrimonio tra Unicredit e Capitalia fu immediatamente cacciato. Questo perché la soluzione migliore non è mai quella più coraggiosa, che potrebbe portare ad un'immagine diversa della compagnia e buoni vantaggi nel lungo periodo; ma quella più semplice, che possa portare un incremento immediato degli utili.

Detto questo, la scarsa intraprendenza del settore finanziario italiano è uno dei fattori che ci ha risparmiato una crisi ben più grave di quella attuale. I mercati finanziari sono rimasti chiusi, non si sono accresciuti all'infinito: la nostra finanza è rimasta marginale. I grandi vecchi del nostro capitalismo si sono avvinghiati nelle loro trame tappando l'ingresso dei competitori internazionali più danneggiati dalla crisi. 

La natura del nostro capitalismo sembra rispecchiare quella della nostra società: una società chiusa alle giovani generazioni, che tende ad autoconservarsi senza migliorarsi, che non ha alcuna intenzione di fare quel coraggioso passo in avanti che ci permetterebbe di avere una vita più dinamica e innovativa, quindi più soddisfacente. 




27 marzo 2010

Strade diverse, obiettivo comune


La trasmissione Raiperunanotte ha scosso il mondo dell’informazione. Chi fa informazione, anche su un piccolo blog fatto più di commenti personali che di scoop, deve prendere posizione per non incorrere nell’ignavia. Ebbene questo blog si dissocia da Santoro & Co. Dissociarsi non significa accusare o remare contro. Credo che la battaglia sulla libertà d’informazione condotta da Raiperunanotte sia più che giustificabile. Ma, dopo che questa parte della società si è messa a nudo dicendo tutto quello che voleva (visto l’assenza di una controparte), si è consolidata in me l’idea che l’unica cosa che accomuna questo blog a loro, sia il comune sdegno verso la destra italiana. Per il resto c’è un abisso.

Osservando il programma ho notato una serie di prospettive culturali completamente diverse che scaturiscono a valle da una grande differenza ideologica a monte. Quando ho creato questo blog, avevo l’intenzione di creare uno spazio libero dove potessi scrivere i miei pensieri sulla politica economica globale. Questi pensieri si basano su una concezione progressista, keynesiana dell’economia. In pratica questo è un blog di sinistra, che si scaglia contro le decisioni di politica economica della destra. E’ un blog ideologico che contrappone la destra e la sinistra. Al contrario, nella trasmissione di Santoro, non ho notato questo tipo di confronto: la battaglia che si è svolta giovedì sera si è giocata sulla contrapposizione del bene con il male. Non c’è niente di ideologico in questo, solo la certezza di una superiorità intellettuale e morale nei confronti non della destra ma della persona di Berlusconi.

Io reputo sbagliata questa concezione, perché è stato proprio Berlusconi ad inaugurare una stagione di contrapposizione non tra le forze politiche ma tra il bene e il male, da lui identificato con i comunisti. La prospettiva di Santoro & Co, ricalca paradossalmente quella Berlusconiana. Da qui nascono a pioggia tutte le altre differenze tra questo blog e Raiperunanotte.

Prima di tutto i santoriani hanno la strana caratteristica di non usare quasi mai il condizionale. Non ci sono dubbi nelle loro sentenze: una loro frase è sempre corretta. Quando ascolto gli interventi di Travaglio sembra che non gli baleni mai per la testa che potrebbe dire qualcosa che non rappresenta la realtà. Travaglio è un ottimo ricercatore di fonti, ma spesso si dilunga in ragionamenti che vuol far passare come ineccepibili, auto compiacendosi del suo Ego illuminato, indubbiamente migliore di tutti gli altri. Un passaggio mi ha fatto rabbrividire. Ha presentato una frase decisamente comprensibile della Polverini come una dichiarazione rilasciata in una lingua non indo-europea. Cerca di denigrare l’avversario per i suoi difetti personali, non per quello che afferma in realtà.

Luttazzi si è auto compiaciuto nel descrivere un rapporto anale tra Berlusconi e gli Italiani. Più che un momento di satira l’ho trovato un manifesto di superiorità intellettuale dove l’artista ha ricorso al suo repertorio preferito di autori greci e romani. Mi sono allora ricordato di quando fu cacciato da La7, per aver sbeffeggiato Giuliano Ferrara e Berlusconi ricorrendo a Petronio. E’ questo il momento in cui ho percepito più radicalmente la mia differenza con i santoriani.

Petronio era un autore scandalizzato dalla nuova società romana, costituita da uomini arricchiti, beceri, che avevano perso gli antichi costumi romani e si comportavano indegnamente ai suo occhi. Petronio però non difendeva gli oppressi, ma la sua classe di appartenenza, ovvero la generazione precedente di potenti, che era stata offuscata dai nuovi ricchi. E’ in pratica l’accusa che si può muovere a Silvio Berlusconi, l’imprenditore che si è fatto da solo, da parte della vecchia classe dirigente, cioè da Confindustria e dal salotto buono della finanza. La mia paura è quindi quella che i vari santoriani, non abbiano alcuna intenzione di riformare l’Italia, ma vogliono semplicemente ritornare allo status quo precedente a Berlusconi e Craxi, visto come il suo anticipatore.

Non ho vissuto negli anni ’70, durante i vari governi Fanfani e Moro, ma sinceramente ritornare ai valori di quell’epoca non mi esalta. Preferirei un’evoluzione della società italiana, non un suo ritorno indietro. C’è chi invece, come Grillo, professa una specie di rivoluzione del ceto medio, dove i cittadini onesti che pagano le tasse facciano valere la loro forza e riescano a cambiare la società corrotta dai partiti. Questa politica oltre a non esaltarmi mi fa paura: mi evoca chi la rivoluzione in Italia l’ha fatta davvero e ci ha portato alla dittatura prima e al collasso poi.

Dopo aver analizzato le differenze, credo che chi è mosso da uno spirito di sinistra non può che allearsi al pubblico di Santoro per combattere il nemico comune (cercando comunque di emarginare i grillini di varia natura). Come durante la Resistenza i partigiani comunisti delle Brigate Garibaldi combatterono insieme ai partigiani monarchici Badogliani, oggi c’è bisogno di un fronte comune tra la sinistra e gli altri nemici del premier per mandarlo a casa.




25 marzo 2010

Il rogo delle leggi



Ieri il ministro della semplificazione Roberto Calderoli ha dato fuoco a molteplici scatoloni contenenti 375.000 leggi da lui considerate inutili. Il taglio della leggi è necessario in questo paese. Ci sono troppe regole, anche contrastanti tra loro, che inceppano il belpaese e lo trasformano in una macchina burocratica piena di insidie. A causa di queste attorcigliate normative, la nostra macchina burocratica è incomprensibile. Spesso mancano i canali di comunicazione, ci si barcamena tra i passaggi burocratici più insulsi e si dimenticano quelli necessari.  

Nella mia esperienza austriaca ricordo di aver sofferto notevolmente la burocrazia del paese alpino. I passaggi burocratici per confermare la residenza momentanea, mi sembravano eccessivi ma tutto mi è stato ben chiarito fin dall'ingresso nel paese. Ma ho trovato difficile per un italiano adattarsi alla quantità di documenti che si devono consegnare agli uffici. Al contrario sotto le Alpi regna il caos. Gli studenti Erasmus non devono presentare alcuna documentazione alle autorità della città o della regione, come se non risiedessero momentaneamente nel belpaese.

Se la semplificazione normativa è assolutamente necessaria, non è certo necessario che sia affidata ad un leghista. Il rogo di ieri è una lezione di cattivo gusto e di sprezzo per le regole. Si bruciano le leggi come il nazismo bruciava i libri, si brucia la carta invece di riciclarla. Le leggi, anche se malfatte, sono un nostro patrimonio, devono essere cancellate dalla Gazzetta Ufficiale e riposte negli archivi, non devono essere distrutte. L'immagine del ministro in versione eroe dei film d'azione americani è raccapricciante e diseducativa. 

L'eroe d'azione sconfigge la legge, che pena. Chiedo cortesemente al governo di lasciar lavorare i giuristi all'opera mastodontica della deburocratizzazione dello stato. Senza far intervenire supereroi di vario genere. I roghi devono essere lasciati all'arte senza tramutarsi in fatti reali, come quello che cantava profeticamente Giovanni Lindo Ferretti.





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