.
Annunci online

  econolitica [ "Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari. In breve, non ci piace. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi." John Maynard Keynes ]
         

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog


9 maggio 2010

Punizione "divine"



Hannelor Kraft, la candidata socialista alla poltrona di presidente della maggiore regione tedesca, il Nordeno Westaflaia, esulta dopo aver conosciuto i risultati elettorali. La maggioranza Giallo-Nera, composta da Liberali e Democristiani, che guidava il cuore dell'economia germanica si è dissolta. Sarà una coalizione di sinistra a governare per i prossimi 5 anni. Il dato più ecclatante è il collasso della CDU, il partito democristiano della cancelliera Angela Merkel, che perde 10 punti in 5 anni.

La Germania sta pian piano voltando le spalle a Frau Merkel. Gli errori fatti dalla cancelliiera nell'affrontare la crisi greca appaiono imperdonabili. Si è comportata in maniera apparentemente schizofrenica, tentando in ogni modo di rimandare la decisione a dopo questa consultazione elettorale. La sua strategia è fallita: la crisi greca è esplosa pochi giorni prima delle elezioni e il governo non ha più potuto evitare il piano di aiuti verso il paese ellenico. Ma il piano è stato attuato troppo tardi e non ha evitato la tempesta finanziaria che da qualche giorno sta travolgendo l'europa.

La risposta degli elettori tedeschi a questa politica scriteriata è stata netta. La CDU di Angela Merkel si è dimostrato un partito che ha perso lo spirito europeista di Helmuth Kohl, e ha preferito anteporre le logiche elettorali al bene più grande della stabilità dell'intera Eurolandia. Si merita tutta la punizione inflitta dagli elettori e da quegli Dei che sembrano ancora sorvegliare Atene dall'Olimpo.




6 maggio 2010

Assassini



Tre giovani dipendenti, tra cui una ragazza incinta, della filiale di Atene della banca Marfin sono morti in seguito all'incendio dell'edificio in cui lavoravano. La frangia più estrema del movimento di protesta contro la politica di austerity del primo ministro Papandreou ha colpito ed ucciso tre persone innocenti.

Il primo ministro ha accusato gli estremisti di essere degli assassini. Al contrario parte della popolazione greca ha puntato l'indice contro le inesistenti misure di sicurezza dell'edificio in cui i tre lavoravano. Entrambi hanno ragione. La tragedia, più che mai greca, è stata scatenata da una serie di cause, la cui responsabilità non è certo figlia di un solo soggetto. E' una molteplicità di soggetti fisici o giuridici che è responsabilie della morte dei tre ragazzi.

In primo luogo si possono accusare gli esecutori materiali dl gesto, e il fronte estremista a cui appartengono e che ha instillato loro le idee di violenza. In secondo luogo non si può ignorare la carenza di sicurezza dell'edificio, l'assenza di misure necessarie nel caso di incendio da parte di chi amministrava il palazzo e di chi lo ha costruito. Questo per quanto riguarda le responsabilità materiali.


Ma non possiamo ignorare le responsabilità politiche di quello che è successo. Differenti organismi hanno agito in maniera quantomeno poco saggia ed hanno innescato una situazione di tensione e violenza. Lo stesso premier George Papandreu non è riuscito a trasmettere l'idea che la politica di austerity da lui promossa andrà a vantaggio di tutti i cittadini ellenici, anche di quei dipendenti pubblici il cui salario sarà molto ridimensionato. Le agenzie di rating hanno declassato la stabilità del debito pubblico greco generando paura all'interno delle borse e aumentando la spirale speculativa. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha esitato davanti alla possibilità di un accordo europeo per garantire un aiuto finanziario ad Atene, preoccupata dalle elezioni che si terranno domenica nel maggiore Land germanico.

Il maggior imputato rimane il vecchio premier greco Kostas Karamanlis, colpevole di aver truccato i conti pubblici, di aver alimentato la bolla speculativa, di aver dato l'illusione di una repentina crescita e un'immediata ricchezza per tutto il suo popolo. Il suo piano di governo si è rivelato un castello di carte pronto a crollare alla prima folata di vento, innescando una contagiosa spirale di crisi, tensioni sociali e violenza indiscriminata. Lui e gli altri dirigenti del suo partito, Nuova Democrazia, dovrebbero portare gran parte del peso morale della morte dei tre innocenti.




27 aprile 2010

Spazzatura


L'agenzia Standard & Poor's ha declassato il rating dei titoli di stato greci da "BBB+" a "BB+"; nella pratica ha definito i bond greci della "spazzatura", inservibili, inutilizzabili per qualsiasi scopo. Questa è una sorta di condanna a morte per Atene, ma espressa da chi non ha l'autorità per emetterla. La bancarotta del paese ellenico si fa sempre più vicina. Cosa è successo in realtà?

Sono ormai alcuni mesi che la Grecia appare vicina alla bancarotta: ogni volta che la situazione si è aggravata, l'Unione Europea ha sempre fatto quadrato per evitare che questo avvenisse. Questo è accaduto perché un default della Grecia provocherebbe una serie di reazioni negative, come il fallimento delle banche che detengono gran parte dei titoli ellenici, la perdita di credibilità dell' Eurozona e il rischio di contagio della crisi verso altri paesi, primo su tutti il Portogallo.

Gli accordi per salvare il paese esistono, ma non sono stati messi ancora in pratica. Il comportamento della Germania (la principale economia europea) è apparso schizofrenico. Berlino si è mostrata favorevole al salvataggio quando la scena è stata dominata dal ministro delle finanze Wolfgang Schauble, mentre si è confermata fautrice del libero mercato quando sono intervenuti il direttore della Bundesbank, Weber, e il ministro degli esteri, l'ultra-liberale Westerwelle. In tutto questo Frau Merkel non si è mai definitivamente espressa: sta ancora attendendo il risultato delle elezioni che si terranno nella maggiore regione tedesca, il Nord-Reno Westfalia. L'atteggiamento di Frau Merkel è assolutamente irresponsabile e poco degno del ruolo che ricopre: un vero leader avrebbe preso immediatamente una decisione così rilevante senza cercare di accoccolare il suo elettorato (in gran parte contrario al salvataggio) in vista delle elezioni.

Allo stesso tempo, il premier greco, il socialista George Papandreu, incolpevole della crisi provocata dalla destra liberale del vecchio primo ministro Karamanlis, ha tentato di sanare i conti pubblici tramite un rigido programma di austerity. Ovviamente l'austerity ha procurato forti tensioni sociali nel paese, ma non appaiono così gravi da provocare vere e proprie rivolte popolari contro i governanti, come accadde in Argentina. La maggior parte dei Greci è favorevole al piano di Papandreu, malgrado che gli anarchici e l'estrema sinistra arroventino il clima.

Oggi Standard & Poor's sembra che non abbia tenuto conto di questi elementi quando ha declassato il rating dei titoli. L'agenzia ha ritenuto opportuno annunciare una prossima bancarotta di Atene, ritenendo che il popolo greco non accetterà il piano programmato dal primo ministro e il governo tedesco non verrà in soccorso delle finanze elleniche. L’atteggiamento di S&P è del tutto irresponsabile: l’arbitraria sfiducia verso i titoli greci è contagiosa, ed ha il potere di trasmettersi ai soggetti interessati, che influenzeranno il mercato obbligazionario e faranno precipitare ancora di più la situazione. La borsa di Atene è già colata a picco. Il decreto di S&P fa accelerare il pericolo della bancarotta.

I governi europei devono quindi intervenire immediatamente per sanare le finanze di Atene, altrimenti sarà il collasso. Uno dei pochi ministri ad essersi comportato responsabilmente è il nostro Giulio Tremonti che ha già preparato il decreto per stanziare i 5,5 Miliardi di Euro che l’Italia deve prestare ad Atene secondo l’accordo europeo. Fortunatamente il prestito non avverrà al tasso di mercato, che ormai è schizzato al 14%, ma si limiterà al 5%, evitando di strozzare ulteriormente le finanze elleniche. Ora devono muoversi tutti gli altri paesi europei, specialmente la Germania dovrà responsabilizzarsi e diventare il motore degli aiuti, come è stata per lunghi anni il traino dell’economia europea.




16 aprile 2010

Il Duello




Ieri, per la prima volta nella storia della Gran Bretagna, i 3 candidati alla poltrona di Premier si sono scontrati in un duello televisivo. Distinti dal colore della cravatta (rosa per il laburista Gordon Brown, blu per il conservatore David Cameron e gialla per il liberal-democratico Nick Clegg) hanno risposto alle domande del pubblico e del conduttore, attenendosi alle regole dettate dallo show. Non si è vissuto alcun momento di tensione: gli attacchi, anche quelli più sporchi, sono stati vissuti serenamente dai tre leader.

Si prevedeva uno scontro tra conservatori e laburisti, con i liberal-democratici a fare da sfondo. Sfortunatamente per i due partiti tradizionali, i loro leader non brillano certamente di quella facoltà oratoria utilizzata con maestria da Clegg. 
Brown è deciso nelle sue azioni, propone molto ma convince poco, appare come un tecnocrate che ha tramutato il labour party e gran parte della pubblica amministrazione pubblica britannica in una fucina di manager, contribuendo alla burocratizzazione della società. 
Cameron mantiene una politica ibrida tra gli altri due partiti, non riesce a esprimere le sue idee con convinzione, appare troppo impegnato a ringraziare chi gli fa le domande, a ricordare quanto bene hanno fatto alla Gran Bretagna le forze armate e gli ospedali: la sua non è oratoria, ma retorica populista. 
Clegg può incalzare gli altri due con le sue posizioni estreme, soprattutto per quanto riguarda la spesa pubblica, appare deciso a scardinare i vecchi partiti che hanno governato per 60 anni: afferma duramente che loro "più si attaccano, più dicono le stesse cose". Cerca di invogliare la gente ad avere il coraggio di cambiare la Gran Bretagna votando un partito politico fresco e giovane che possa aiutare tutti i cittadini, quando le idee di Cameron sono a vantaggio esclusivamente degli imprenditori mentre quelle di Brown esclusivamente degli operai. Invoca il rilancio della classe media senza fare dell' anti-politica.

Malgrado una perfetta oratoria, Clegg appare incapace di guidare il paese. Il suo piano anti-deficit è estremo e pericoloso. Dice di voler tagliare la spesa pubblica di ben 17 Miliardi di Sterline, tagliando tutti gli sprechi in ogni categoria; quando il leader conservatore ha affermato che è sufficiente un taglio di "appena" 6 Miliardi. Di conseguenza, quando Cameron propone di aumentare la spesa sanitaria, Clegg lo incalza affermando che per essere coerente il leader Conservatore dovrebbe sostenere il taglio anche degli sprechi sanitari.  

Nel balletto del deficit, Brown appare sicuramente l'uomo pragmatico, che tiene le redini e sa quello che dice, quando afferma che tagli di queste proporzioni alla spesa pubblica sono semplicemente insostenibili. La crisi economica è ancora in atto, tagliare la spesa pubblica significherebbe far ricadere gran parte della spesa sulle spalle dei privati, che in questo momento non hanno abbastanza denaro da spendere. Si soffocherebbero i risparmi privati e la recessione si farebbe più lunga e grave. Peccato che non abbia un vero e proprio piano per limitare gli sprechi in modo da rendere più efficace il buon piano di spesa pubblica da lui formulato. Si limita a sostenere che anche lui è ovviamente a favore della diminuzione degli sprechi, senza lanciare una vera strategia.

Dopo il duello sono sempre più convinto che Gordon Brown sia ancora la persona più adatta a governare la Gran Bretagna. Gli altri due sono troppo ossessionati da una politica esuberante, efficace sul piano dialettico ma poco su quello pratico. Spero che anche i cittadini britannici capiranno tutto ciò prima del 6 maggio.




13 aprile 2010

Raffinamento e Concretizzazione


Dopo che i mercati hanno ripreso ad assalire la borsa greca, spingendo il paese ellenico sempre di più nell’oblio, l’Europa si è accorta che l’accordo varato a proposito degli aiuti finanziari doveva essere raffinato. L’accordo prevedeva la spartizione dei compiti tra Eurolandia e il Fondo Monetario Internazionale, soprattutto per quanto riguardava il denaro da elargire alle casse del paese sull’orlo della bancarotta.

Dopo un primo momento di quiete, i mercati sono ritornati ad attaccare la Grecia. L’Eurogruppo ha dovuto riunirsi alla svelta e prendere una decisione immediata per evitare il default di un paese dell’ Eurozona, che sarebbe stato visto come un fallimento completo della moneta unica. L’accordo di domenica appare quindi come un raffinamento e una concretizzazione del compromesso di due settimane fa.

L’Eurogruppo si è accordato per prestare alla Grecia circa 30 Miliardi di Euro, oltre i 15 che dovrebbero arrivare dal FMI. Si è prevista la spartizione delle spese che i governi dovranno sostenere per finanziare il maxi-prestito. La maggior parte di questi soldi arriveranno, come era scontato, dalla principale economia di Eurolandia, la Germania, ma anche Italia, Spagna e Francia dovranno sborsare ingenti quantità di denaro.

Ogni prestito prevede un tasso d’interesse. Il vertice dell’Eurogruppo ha deciso di prestare i 30 Miliardi ad un tasso del 5%, leggermente inferiore rispetto a quello di mercato, del 7%. Il dibattito più interessante è avvenuto proprio intorno al tasso d’interesse. Il governatore della Bundesbank, Alex Weber ha cercato di sostenere la necessità di praticare il tasso di mercato. Fortunatamente a questa decisione si è opposta proprio la Cancelliera tedesca Angela Merkel, forse ricordandosi delle passioni europeiste del suo mentore politico, Helmut Kohl. La sconfitta di Weber è molto significativa e il fatto di essere stato contraddetto dal suo stesso capo del governo, forse, potrebbe spianare la strada al suo principale contendente al posto di governatore della Banca Centrale Europea: il nostro Mario Draghi.

Il 5% è un tasso basso per la gravità della crisi greca e quindi per l’alto livello di rischio a cui è collegato; ma allo stesso tempo è basso rispetto ai tassi interni dei singoli paesi finanziatori del prestito. Per questo motivo gli stati che generosamente elargiscono in questo momento il sussidio al paese ellenico potrebbero in futuro trarre maggiori entrate grazie all’elevato tasso di interesse. L’accordo sembrerebbe diventare un gioco dove tutti ottengono un risultato positivo. Sfortunatamente chi pensa questo non prende in considerazione chi, in Grecia, soffrirà dei tagli al bilancio collegati al necessario periodo di austerità imposto dal governo Papandreu.




27 marzo 2010

Compromesso



Dopo discussioni caotiche ma indispensabili, si è giunti ad un accordo in Eurolandia su come aiutare la Grecia, la cui economia è collassata grazie alla crisi finanziaria e alle folli politiche di bilancio intraprese dal governo Karamanlis. La notizia non può che essere positiva: la Grecia non poteva aspettare ulteriormente e il piano prevede un forte ruolo di Eurolandia nell'elargizione degli aiuti. 
I paesi dell'area Euro dovranno collaborare molto per affrontare la crisi e rispettare il piano. La cooperazione in caso di difficoltà è una buona medicina per chi ha problemi di integrazione. Il fatto che il piano sia scaturito da due donne dotate di un buon quoziente intellettivo, anche se profondamente di destra, non può che farmi piacere. L'elegante e coinvolgente ministro dell'economia francese è sceso a patti con la più tradizionalista cancelliera tedesca. 

Il piano però ha i suoi difetti, visto che è un compromesso tra la visione delle due signore. Madame Lagarde avrebbe preferito un intervento esclusivo dell'Europa, per far valere la forza politica dell'Unione; Frau Merkel non avendo intenzione di ripagare il debito di chi si è mal comportato, avrebbe preferito un semplice finanziamento del Fondo Monetario Internazionale. La soluzione che ne è scaturita è molto mediterranea, e per questo piace molto al nostro ministro Tremonti (inutile dire che il nostro Premier non ha assunto alcuna posizione). 

In pratica si è arrivato ad un compromesso che prevede di utilizzare, in caso di necessità, circa 22 Miliardi di Euro; di questi soldi circa 10 Miliardi saranno versati dal Fondo. Gli altri saranno pagati dagli stati europei, in percentuali diverse a seconda della loro grandezza. L'intervento finanziario sarà coordinato dagli organismi dell'Unione Europea. I membri dell'Unione dovranno avere un preciso ruolo politico nell'elargizione degli aiuti e nel sorvegliare le politiche economiche del governo ellenico. Si arriva ad una maggiore sincronia delle politiche di spesa nell'ambito dell'area Euro. Sfortunatamente non si spendono i soldi europei, ma quelli che arrivano dal Fondo. Un vecchio detto livornese afferma: "E' facile fare il finocchio col culo di quell'altri". Diciamo che la saggezza popolare a volte riassume bene difficili meccanismi di politica internazionale.




24 marzo 2010

Débacle


Dopo la disfatta elettorale, la destra francese sembra avviarsi mesta verso quel decadimento politico che sembrava impensabile fino a poco tempo fa. Le riforme economiche continueranno ad essere il cavallo di battaglia di Nicolas Sarkozy, ma saranno notevolmente ridimensionate. Proprio oggi, l'uomo forte dell'Eliseo ha dato l'addio ad una delle leggi che dovevano essere un punto cardine del programma elettorale: la Carbon Tax. Questa avrebbe potuto costituire il cuore di un' ottima legislazione ambientalista e avrebbe avuto praticamente un costo zero per il paese e per le imprese virtuose. Solo le imprese che negli anni passati hanno tenuto un comportamento spregiudicato nei confronti dell'ambiente ne avrebbero risentito. Allo stesso tempo, l'elegante Christine Lagarde sembra pian piano cedere alla Frau Merkel su come aiutare lo stato greco. 

Questa destra fatta di volti brillanti, donne eleganti e pensieri spregiudicati non sembra far breccia nel mondo occidentale. Nicolas Sarkozy è diventato Presidente Francese presentandosi come l'uomo del fare che doveva rivoluzionare il sistema economico d'oltralpe e la destra mondiale. L'idea sembrava quella di superare le ideologie passate, governando da un punto di vista pragmatico, adottando anche idee vicine alla sinistra. Così l'Eliseo, a fianco di politiche più conservative come il folle dibattito sull'identità nazionale, ha condotto alcune battaglie più che giustificabili, come appunto le due grandi sconfitte odierne.

Alla fine è stata la stessa destra a far collassare il fenomeno Sarkozy. Sul lato nazionale il fronte interno delle organizzazioni imprenditoriali ha frenato la Carbon Tax; sul lato Europeo la vecchia destra conservatrice e ben poco spavalda di Angela Merkel ha dimostrato di essere ancora quella più intelligente e potente. 

Ora si apre il fronte con la sinistra e le organizzazioni sindacali. Parigi deve affrontare il nodo spinoso delle pensioni, l'antico problema francese. L'età pensionabile è troppo bassa e questo è un problema sia per le casse pubbliche che per le giovani generazioni. Se il governo non vuole che gli attuali giovani ottengano solo pochi spiccioli quando entreranno in pensione, deve intervenire al più presto. E' uno sporco lavoro che deve essere fatto. I sindacati d'oltralpe, troppo interessati a tutelare gli iscritti attuali che quelli futuri, preannunciano battaglia.

Il destino di Nicolas Sarkozy si giocherà su quest'ultima sfida. Forse è quella più semplice perché si tratta di una materia cara alla destra, sulla quale marcerà compatta eliminando facilmente i possibili franchi tiratori. Diciamo che mi auguro per la Francia che il problema delle pensioni sia risolto al più presto, ma che questo non comprometta l'avanzata della gauche, guidata dalla capace Martine Aubry. 




17 marzo 2010

Nemico Pubblico



I ministri dell'economia dell'Unione Europea non sono riusciti a trovare un accordo sulla gestione degli hedge fund. Questi sono i fondi speculativi che hanno l'obiettivo di produrre rendimenti costanti nel tempo, attraverso l'utilizzo di piccoli investimenti di per sé molto rischiosi, ma fruttuosi. Gli hedge fund sono stati additati come il simbolo stesso della caoticità del mercato finanziario, che ha trascinato nel baratro paesi come la Grecia, soggetti ad attacchi speculativi. Il gruppo socialista al parlamento europeo aveva da tempo chiesto una stretta su questi prodotti sostenendo, a piena ragione, il principio della regolazione del mercato.

Ieri però sono state le resistenze di uno stato laburista, il Regno Unito, a causare il rinvio della discussione. Gli inglesi hanno scelto di affiancarsi all'alleato d'oltreoceano che ha chiesto una disciplina meno severa sui fondi, bollando quella che si stava per approvare come protezionista. Quello che preoccupa Washington è la norma che prevede che ogni singolo fondo speculativo debba essere registrato presso le autorità nazionali, e non solo nella sede della BCE di Francoforte. 

Penso che il rinvio di una discussione sia sempre un insuccesso per chi voglia un processo di integrazione europea sempre più forte. Questa volta lo scontro si è manifestato evidente anche all'interno del Partito Socialista Europeo, che dovrà richiedere sicuramente una più salda cooperazione. Un partito di questa rilevanza non può permettere che un singolo governo, a lui affiliato, possa tenere una linea contrastante con quella del gruppo parlamentare.

Quello che mi preoccupa maggiormente è il modo con cui si è discussa l'intera faccenda. Sembra che i mercati finanziari possano essere salvati solo da una immediata stretta sugli hedge fund, additati come nemico pubblico dell' Unione Europea stessa. In realtà la speculazione attorno ai mercati finanziari europei è già rallentata, una stretta di questo genere non presenta più quei caratteri di urgenza del mese scorso, durante l'attacco al debito dei paesi pigs. 
La mia paura è che una volta portata a termine una soluzione sugli hedge fund, si pensi che i mercati finanziari siano in qualche modo "addomesticati", e non facciano più del male a nessuno. Sfortunatamente i mercati sono abili nel trovare nuovi prodotti per raggirare le nuove regole. Quello che serve all'Europa non è semplicemente il controllo di un prodotto, ma un authority che possa vigilare anche su quelli futuri. 




16 marzo 2010

L'attacco di Christine



Christine Lagarde, l'elegante ministro dell'economa francese dai modi raffinati, alla riunione dell'Eurogruppo di ieri ha sollevato le critiche che, negli ultimi giorni, gran parte della stampa economica aveva mosso alla Germania. Finalmente le lamentele che si diffondevano tra gli economisti si sono diffuse nella politica, rendendo ancora più interessante il dibattito all' interno dell' Unione Europea. La signora ha fatto notare che per gli stati europei non è possibile perseguire gli stessi risultati tedeschi perché la Germania è eccessivamente virtuosa al suo interno: esporta troppo e importa troppo poco. E' come se il vero gigante dell'economia mondiale vivesse al di sotto dei suoi mezzi, perpetrando una politica fin troppo parca. Mentre tutti gli altri stati erano drogati da domande interne troppo alte, associate a folli spese e politiche di bilancio scriteriate, la Germania accumulava ricchezza senza utilizzarla. 

Il comportamento tedesco non è stato certo quello che ci ha condotto a questa crisi. Le colpe ricadono sugli stati "cicala", non certo sulle "formiche". I torti sono in primo luogo di coloro che hanno approfittato della situazione economica per indebitarsi. Ma questo non significa che chi ha conservato la propria ricchezza in nome di una moneta stabile e forte, non possa essere sottoposto a critiche. La Germania è andata oltre i propri compiti per essere virtuosa, si è lasciata prendere da un eccesso di virtuosismo che ha finito per sfavorire tutti gli altri. 

Il dramma è scaturito dal fatto che si è preteso di coordinare una politica economica europea, basata interamente sul modello tedesco. Tutti gli stati dovevano avere un attivo nella bilancia dei pagamenti: in pratica tutti dovevano esportare più di quanto importavano, in modo da ottenere un euro stabile e un'economia forte. Peccato che è matematicamente impossibile fare in modo che tutti i paesi siano esportatori. E' come se non si fosse considerato un semplice principio matematico. 

Gli stati che vivono intorno alla Germania, meno virtuosi e decisamente più mediterranei, da una parte non hanno voluto conseguire la stessa politica rigorosa per colpa della loro mentalità, e dall'altra non hanno potuto farlo a causa dell'eccesso di rigore del paese principale.
Christine Lagarde ha quindi sagacemente infilato il coltello nella piaga, nel momento in cui Berlino ha preteso di dettare legge a proposito delle manovre di coordinamento dell' Unione durante la crisi greca. L'elegante ministro ha chiesto pure alla Germania di attuare una politica di espansione della domanda. Questa sarebbe un'ottima politica di aiuto verso gli stati in crisi, sia per la sua efficacia che per la percezione del senso di solidarietà fra i paesi che ne scaturirebbe.

Il dibattito intorno alle politiche economiche comunitarie si è quindi arricchito notevolmente grazie alla distinta signora francese.
 




9 marzo 2010

Che il dibattito abbia inizio



Oggi a Bruxelles si discute sulla possibilità di creare un Fondo Monetario Europeo. Questo avrebbe il compito di stabilizzare l’economia europea nei momenti di crisi, con poteri analoghi al Fondo Monetario Internazionale. Gli stati europei in difficoltà finanziarie potranno chiedere un prestito a questa ipotetica istituzione. Giustamente gli stati europei più virtuosi non hanno certo alcuna intenzione di prestare denaro a chi ha perseguito folli politiche di bilancio, in modo del tutto gratuito. Per questo le formiche, in primo luogo la Germania, chiedono gravi sanzioni politiche nei confronti delle cicale che potrebbero ricorrere al Fme, come la sospensione del diritto di voto all’interno del Consiglio Europeo.

Giudico in maniera molto positiva questa linea. Come ho già avuto occasione di dire in alcuni post, le sanzioni economiche verso stati che perseguono politiche ingiuste, hanno poco senso. Come le affermazioni di Ahmadinejad su Israele, il bilancio sregolato della Grecia è frutto di una scelta politica più che economica. In entrambi i casi le punizioni economiche non servono a niente, se non a deprimere la popolazione. Serve invece una dura lezione politica, che colpisca i governi che hanno compiuto quelle scelte e non tutta la cittadinanza.

Il percorso verso l’ipotetico Fme è irto di ostacoli. Per approvare una misura di questo genere probabilmente si dovrebbe cambiare l’intero trattato e questo può essere fatto solamente se l’unanimità degli stati è favorevole. Si dovrebbe mettere d’accordo 27 paesi. Cosa non facile. La discussione odierna è quindi solamente un piccolo pezzo di quello che potrà accadere in futuro. Oggi non si segna l’avvio di una nuova istituzione, ma l’inizio di un dibattito molto più grande sulla possibilità di una più forte cooperazione tra gli stati dell’Unione Europea. L’istituzione dell’Fme è solo uno dei possibili sbocchi di questo dibattito. Potrebbe crearsi un Fme solamente legato all’area Euro, oppure l’entrata in vigore di Eurobond, con una successiva ipotesi di creare una sorta di debito pubblico europeo.

Comunque vada a finire, la giornata di oggi non può che darci segnali positivi. La visita di Papandreu a Washington, ha reso concreta la possibilità di un intervento dell’Fmi a favore di Atene. Grazie al concretizzarsi di questa eventualità, il governo tedesco si è rinsavito, ed ha aperto sulla possibilità della creazione di un Fme, che implicitamente aiuterebbe i paesi in difficoltà a danno dei più sani. Ci si avvia verso una maggiore cooperazione europea, manna dal cielo per tutte le economie del vecchio continente.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Fme Fmi Grecia Germania Sanzioni UE

permalink | inviato da econolitico il 9/3/2010 alle 15:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


sfoglia     aprile       
 







Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom