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  econolitica [ "Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari. In breve, non ci piace. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi." John Maynard Keynes ]
         

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10 marzo 2010

Wilder

Per capire cos'è e come funziona il capitalismo, leggere il blog di un giovane apprendista economista non sarà di certo illuminante; sfogliare le pagine de "Il sole 24 ore" potrebbe essere troppo ostico; seguire dei corsi di macroeconomia all'Università è sicuramente utile ma molto tecnico e noioso; leggere qualcosa di Naomi Klein può far capire solo quello che non va. 
Penso che ci sia solo un modo per intraprendere un viaggio al centro del capitalismo, che faccia comprendere sia i lati umani che quelli mostruosi, che apra sia le porte del sistema economico che quelle dei sentimenti conseguenti; tutto ciò in maniera semplice, tranquilla e divertente.

Questo modo è quello di rilassarsi sulla poltrona di casa e guardare attentamente qualche film del geniale regista Billy Wilder. Ogni volta che seguo un suo film mi sembra di assistere ad una lezione di sociologia o economia, dove con grande sagacia si percepiscono i cambiamenti della società legati al progresso economico capitalistico. 
Da ciascun film emergono i personaggi che incarnano i forti lati negativi di questo sistema economico, come la mancanza di morale e la ricerca di facili vie di successo, identificato più nella ricchezza e nell' essere cool, che nei veri valori. Ma i personaggi negativi sono contrapposti (e contraddetti) da quelli positivi, che rappresentano il lato buono del sistema. 
Il lato buono consiste nel cercare di assimilare i valori tradizionali al sistema, sfruttando i vantaggi che può offrire, come fa l'imprenditore Humprey Bogart in Sabrina. Il magnate vuole migliorare la qualità della vita di una popolazione arretrata, localizzando in quell'area una parte delle sue fabbriche. Positive sono le intenzioni del sornione Jack Lemmon, che spesso si ritrova puro in un mondo di corrotti, ma non per questo non può togliersi le sue soddisfazioni. Infine dimostra come può dar luogo ad un guadagno sociale qualcosa che nasce dalla corruzione, come in questa straordinaria clip.







1 marzo 2010

Pagellone Olimpico

Voglio fare uno strappo alla regola ed evitare temi economici. Sono appena finite le Olimpiadi invernali e mi piacerebbe fare un bilancio di queste con una semplice pagella. Il post è interamente dedicato a Nodar Kumaritashvili, lo slittinista georgiano morto durante il primo giorno dell’evento sportivo.

Organizzazione. Sceglie un folle come progettista della pista di bob. Un atleta muore prima della cerimonia d’apertura, ma i festeggiamenti continuano. Il giorno dopo hanno il coraggio di dire che è stato un errore umano per lavarsi le mani dalla responsabilità. Dopo il fattaccio, piccoli errori condizionano i giochi, la neve non è ottima, la regia è penosa. Voto 0.

CIO. Mentre si possono organizzare delle Olimpiadi estive in primavera (Sydney), non si può fare altrettanto con quelle invernali. Vancouver e la futura Sochi si trovano a pochi passi dal mare. Questo garantisce un bel clima primaverile, comodo per la stampa e gli organizzatori, ma terribile per le gare di sci, risultate in parte falsate. Oltre a questo il CIO non ha perso l’occasione di fare il bacchettone moralista ogni volta che riteneva eccessivi i festeggiamenti. Inutile a tratti dannoso. Voto 3.

Snowboard e Freestyle. Proprio non mi vanno giù. Sono sport che vogliono solo essere spettacolari, ma mi paiono un po’ troppo fini a se stessi. Forse sono un po’ troppo tradizionalista. Voto 5.

Hockey. Provo a guardare la finale. E’ uno sport veloce e dinamico, forse troppo. A tratti incomprensibile. Voto 5.

Curling. Sport interessante e intelligente, ma troppo, troppo noioso. Voto 5.

Rai. Riesce a non far vedere quasi niente. In pratica copre quasi esclusivamente lo sci alpino, per il resto è troppo impegnata a trasmettere telefilm. Voto 2.

Sky Sport. E’ grazie alla TV di Murdoch che ho potuto godermi questi giochi. Servizio impeccabile: tutti gli sport in diretta. Raccoglie un po’ di vecchie glorie dello sci ma sono tutti preparati bene a e si evita il circo. Fenomenale il telecronista del pattinaggio veloce. Grazie a tutto ciò non posso che perdonare Sky per il terribile cronista del Fondo e per il commento tecnico dell’Hockey (una specie di Dan Petterson arteriosclerotico). Voto 10.

Alberto Tomba. Arriva e fa il suo show. Non sa mettere insieme una frase in italiano ma fa divertire. Piange alla vittoria di Razzoli. Voto 8.

Karen Putzer. Usa l’italiano come seconda lingua ma fa comunque un ottimo commento tecnico. Umile piccola e carina. Per l’impegno che ha sempre dimostrato voto 10.

Team Canada. Olimpiade perfetta. Arriva all’insperato risultato di 14 ori. C’è da dire che molti di questi vengono da discipline minori come lo Snowboard e il Freestyle. Ma nello sci alpino sono stati danneggiati dagli infortuni, e l’oro finale nell’hockey maschile equivale alla nostra vittoria nei mondiali di calcio. Voto 10.

Team Germania. Alti e bassi per lo squadrone tedesco, che comunque si conferma uno dei migliori. Disastroso nel biathlon maschile e nel fondo, ottimo nello sci alpino e sulla pista da bob. Voto 8.

Team USA. I soliti Stati Uniti. Né più né meno. Voto 8.

Team Italia. Proprio non va, ma è normale: non abbiamo grandi campioni. Il problema sono le troppe giustificazioni che non servono a niente. Non c’erano speranze, punto e basta. Voto 4.

Team Austria. Una squadra fortissima nello sci alpino, nel biathlon e nel salto con gli sci, ma praticamente inesistente ai giochi. 4 ori per la regina delle nazioni alpine non sono niente. Voto 2.

Team Russia. Una squadra non perfetta, priva di grandi nomi, fatta eccezione di Plushenko. A disastro fatto Medvedev si arrabbia con la sua federazione, irritato dagli scarsi risultati. Ci doveva pensare prima. Voto 4.

Team Norvegia. Praticamente perfetti. Si riscattano dai deludenti risultati di Torino con gli interessi. Voto 9.

Team Finlandia. C'era?

 Voto 2.

Le stelle della NHL. Le osservo correre dietro il disco dell’hockey, ma non ci capisco niente. Senza Voto.

Bjorn Ferry. Vince la prima gara di Biathlon e per festeggiare afferma che ci vorrebbe la pena di morte per i dopati. Fortunatamente dopo sparisce. Un cretino. Voto 0.

Team Canada hockey femminile. Vincono e festeggiano con sigari e champagne. Il CIO invece di rimproverare Ferry, rimbrotta loro. Voto 10 di solidarietà.

Jon Montgomery. Canadese, vince nello skeleton e per festeggiare si scola una pinta di birra tutta d’un fiato. Diventa giustamente l’eroe nazionale. Voto 9.

Bode Miller. Grandissimo campione sulla via del tramonto. Finalmente riesce a fare un’olimpiade perfetta, contornata da un bell’oro. Peccato che arriva nella disciplina meno importante: la supercombinata. Voto 9.

Benjamin Raich. E’ il mio sciatore preferito, come traccia le linee lui non c’è nessun altro. Peccato che a questi giochi è inesistente. Voto 3.

Giuliano Razzoli. Giovane e promettente. Vince l’unico oro azzurro. Bravo, ma deve confermarsi in futuro. Voto 8.

Didier Defago. A sorpresa vince un oro inaspettato. Coronamento di una carriera discreta, non straordinaria. Voto 7.

Didier Cuche. Poca gloria per il campione svizzero. Bene così, non mi è mai stato simpatico. Voto 5.

Lindsay Kildow-Vonn. Doveva essere la regina dei giochi, ma non è al top della forma, per colpa degli infortuni. Vince un bell’oro in discesa, poi lotta come una tigre ma non riesce più a combinare niente. Voto 8.

Anja Paerson. Un carro armato. Voto 8.

Andrea Fischbacher. Con il suo oro in super-gigante, salva la spedizione austriaca di sci alpino. Voto 7.

Julia Mancuso. Viene da un’ annata no, ma si scatena sulle nevi canadesi. Va giù come una pazza, e vince quel poco che poteva permettersi. Bella e brava. Voto 9.

Maria Riesch. E’ il futuro dello sci alpino femminile. L’unica atleta a prendersi due ori in questa specialità. Perfetta. Voto 10.

Martina Sablikova. Sul ghiaccio è sublime la pattinatrice ceca. Veloce, piena di stile e potente. Si prende due ori. Voto 10.

Ireen Wust. La pattinatrice olandese vince l’oro e bacia safficamente la sua fidanzata. Manifesto dei diritti civili. Voto 9.

Sven Kramer. Vince agile il primo oro nel pattinaggio veloce. Vince anche il secondo ma viene squalificato per colpa del suo allenatore. Bravissimo ma sfortunato. Voto 10.

Michael Greis. A Torino vinse 4 medaglie d’oro nel biathlon, inconsistente a Vancouver. Voto 5.

Evgeny Ustygov. Vince l’oro nella mass start del biathlon ed è il salvatore della patria in Russia. Voto 7.

Ole Ejnar Bjorndalen. Arriva l’undicesima medaglia olimpica. Ormai è un antenato nel Biathlon, ma lotta come un leone contro i ragazzini terribili. La staffetta è un trionfo tutto suo. Voto 10.

Magdalena Neuner. E’ la stella del biathlon femminile, donna da copertina in Germania. Vince molto ma non domina. La rinuncia a gareggiare alla staffetta non la onora. Voto 8.

Anastasiya Kuzmina. Duella con la Neuner anche se non ne ha il talento. Brava a vincere il primo oro. Voto 8.

Tora Berger e Vincent Jay. Vincono un oro a testa partendo da outsider. Molto fortunati. Voto 6.

Evgeny Plushenko. E’ il fenomeno vero del pattinaggio di figura. Il fatto che arrivi solo secondo è irrilevante. Voto 10.

Yuna Kim. Manda in poltiglie il record del mondo di pattinaggio di figura. Non ci sono voti che tengano.

Carolina Kostner. Tra il vincere un europeo o un olimpiade c’è di mezzo un abisso, e si vede. Triste e penosa di fronte alle avversarie asiatiche. Voto 2.

Alessandro Pittin. Porta all’Italia la prima medaglia nella combinata nordica: è il futuro degli sport invernali della nostra nazione. Voto 9.

Armin Zoeggeler. Non riesce nell’impresa di conquistare il suo terzo oro olimpico. Ma si fa valere nella gara assurda in cui ha trovato la morte Nodar Kumaritashvili e conquista la sua quinta medaglia. Per la carriera voto 10.

Arianna Fontana. Un buon giovane bronzo nello short track. Poi si perde sia in pista che nelle dichiarazioni. Dice di voler partecipare ad un reality e accusa le compagne di squadra. Patetica. Voto 5.

Pietro Piller Cottrer. Splendida la sua prima gara in cui coglie l’argento. Poi si perde nelle prove successive, ma è comunque il salvatore della spedizione del fondo italiano. Voto 8.

Petter Nothug. Si presenta con fare sbruffone, dichiarandosi come l’uomo da battere nel fondo. Le prime gare non le azzecca proprio, si rifà nel finale vincendo 2 ori e trascinando la staffetta all’ argento. Antipatico fin dal modo di gareggiare, sembra più uno sprinter che un fondista. Voto 7.

Johan Olsson. Umile fondista svedese che si toglie la soddisfazione di vincere l’oro nella staffetta e due bronzi: il primo conducendo fino a pochi metri dalla fine, il secondo in rimonta dopo che il folto gruppo di testa si era addormentato. Un leone. Voto 8.

Markus Hellner. L’uomo che ha dato più emozioni al fondo. Vince rimontando Olsson la 30km, lotta come un pazzo nella team sprint per rimediare agli errori di Peterson, trascina la Svezia all’oro nella staffetta, dà tutto nella 50km prima di scoppiare. Emozionante. Voto 9.

Teodor Peterson e Leanid Karneyenka. Con i loro disastri fanno diventare emozionante la team sprint. Il primo cade e perde la concentrazione, il secondo è in testa all’ultima curva ma sbaglia direzione. Voto 3.

Staffetta italiana di fondo femminile. Come in tutte le altre gare le fondiste si battono come possono, ma non riescono a battere i mostri sacri di questo sport. C’è del rammarico perché si poteva arrivare al bronzo consegnando l’ultima frazione ad un’atleta competitiva, invece di far fare l’ultima gara alla generosa Sabina Valbusa. Voto 8.

Marit Bjoergen, Justyna Kowalczyck e Petra Majdic. Sono loro le vere regine di queste olimpiadi. La norvegese vince agilmente tre ori e un bronzo, prima di affrontare la polacca nel più bel duello dei giochi e perdere con onore. La seconda tenta in ogni modo di raggiungere l’oro, ma non ci riesce fino alla 30km, in cui sa di avere una tecnica inferiore alla Bjoergen, ma di essere più forte fisicamente. Le due vanno via da sole, si guardano si studiano e si attaccano. Alla fine, giustamente la Kowalczyk agguanta l’oro sperato. La Majdic cade in un burrone di tre metri in allenamento, si rompe le costole, gareggia lo stesso nella sprint individuale, vince il bronzo. Perfetta incarnazione dello spirito olimpico, gigantesca. Ogni voto è superfluo.





14 febbraio 2010

Manifutura Festival 2010: Lavoro e Innovazione

La seconda giornata di Manifutura Festival 2010 prosegue con uno dei workshop più importanti, per la centralità del tema e l’importanza degli ospiti, il titolo è “Lavoro e Innovazione”. Il responsabile economia e lavoro del Partito Democratico, Stefano Fassina riflette sul fatto che tutti i paesi del mondo vorrebbero basare la propria economia sulle esportazioni. Questo non è possibile e non è sostenibile. Deve esistere qualcuno che importa, per garantire le esportazioni degli altri. Si è verificato un deficit di domanda ed un eccesso di produzione nell’economia globale. Il nostro paese per poter esportare si è spesso avvalso dello strumento della svalutazione della moneta. Ora questo non è più possibile. Per risanare questa situazione serve una sana e buona politica industriale che porti l’Italia a competere sulla qualità dei prodotti e non sui costi. La qualità dei prodotti può essere realizzata solamente grazie alla qualità del lavoro. C’è bisogno di una riforma radicale del mercato del lavoro, che sappia regolarlo. Il mercato del lavoro italiano è troppo complesso, iniquo e precario per poter funzionare al meglio. Ci serve una riforma che garantisca semplicità e qualità. La proposta migliore è quella degli economisti Boeri e Garibaldi, che hanno pensato ad un contratto unico per tutti i lavoratori, nel quale, dopo i primi 3 anni di precariato, il dipendente deve essere assunto a tempo indeterminato.

Alessandro Ramazza, imprenditore di Obiettivo Lavoro, sostiene che il mercato del lavoro è caratterizzato da una rigidità e da una flessibilità estrema. Non esiste il giusto mezzo, tra i contratti elaborati dal legislatore. Per migliorare il sistema servono politiche attive del lavoro. Si deve creare un meccanismo efficiente di introduzione dei lavoratori nelle imprese, tramite i centri di orientamento e la formazione. C’è bisogno di un nuovo sistema di formazione. Spesso gli individui non vengono istruiti per quei lavori che hanno la possibilità effettiva di svolgere. Si è così creata la figura dell’imprenditore scoraggiato, che è costretto a tenere le macchine ferme perché non trova nessun lavoratore che le sappia utilizzare.

Pietro Garibaldi è l’economista della Bocconi che ha formulato, con Tito Boeri, l’idea di contratto unico per tutti i lavoratori. Ribadisce che questo strumento è utile per uscire da una crisi che ha visto e continua a vedere la distruzione di posti di lavoro. E’ essenziale affiancare a questo contratto altre due tipi di tutele, istituendo le figure del salario minimo e del sussidio unico di disoccupazione. C’è bisogno di una riforma degli ammortizzatori sociali, visto che questi non sono uguali per tutti i lavoratori, poiché esistono meccanismi di aggiustamento arbitrari ed incomprensibili. La precarietà e la disoccupazione giovanile è un grave problema per i ragazzi, perché gran parte della pensione che riceveranno matura proprio nei primi anni di lavoro. C’è bisogno di dare risposte immediate alle nuove generazioni, visto che sono coloro che possono davvero condurci all’innovazione.

Mauro Casoli è presidente di UNIECO, una cooperativa che si occupa di costruzioni. Sostiene che il lavoro e l’innovazione devono essere due temi sinergici, che si supportino l’uno con l’altro. Dal punto di vista dell’imprenditore, non gli piace la figura del precario. L’impresa è fatta di competenze che non possono essere portate avanti da chi non sa se manterrà o meno il proprio posto di lavoro. L’impresa deve creare valore. Gli incentivi statali non devono essere usati per ridurre il costo della produzione, ma per trovare soluzioni innovative.

L’ex ministro del lavoro Cesare Damiano denuncia lo scientifico e opaco smantellamento delle tutele dei lavoratori da parte del governo di centro destra. Berlsuconi ha capito che non deve affrontare la classe operaia alla luce del sole, ma nell’ombra. Allo stesso tempo non viene impostata una seria politica industriale ma si continua a cercare di ridurre il costo del lavoro. C’è bisogno di tutele universali per i disoccupati e di estendere la Cassa Integrazione Ordinaria, portando il periodo fino a 24 mesi. Il lavoro stabile deve essere la forma normale di lavoro: l’impresa deve pagare più tasse sul lavoro precario. Il lavoro precario deve tornare ad essere un’anomalia. Il contratto unico lo rende scettico. C’è bisogno di contratti atipici, ma devono essere ben regolati. L’apprendistato è una forma nobile di lavoro, se fatto per imparare un mestiere; il contratto a progetto è un buon contratto se c’è un progetto. Devono sparire solo le forme di lavoro più umilianti come il lavoro a chiamata, ma il governo attuale lo ha reintrodotto per tutti i tipi di lavoro.

Il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei cerca di difendere gli industriali, dichiarando che ormai i mercati si sono ampliati e si sono fatti avanti paesi in cui il costo del lavoro è 1/20 del nostro. Il mondo globalizzato ha portato molte opportunità, ma anche molti rischi per gli imprenditori, che se non reggono la concorrenza dei competitori sono costretti a chiudere le proprie imprese. Ci vuole una seria politica industriale da parte dello stato e delle istituzioni europee, e molta ricerca. Gli industriali e i politici si riempiono la bocca di belle parole sulla ricerca ma nessuno la fa concretamente. L’Italia deve diventare un paese che riesca ad attrarre posti di lavoro. La flessibilità non è riuscita in questo, bisogna ripensare il mercato del lavoro. Per attrarre le imprese ad investire in Italia si dovrebbe ritornare a formare tecnici specializzati e non addetti al settore terziario.

Conclude i lavori il presidente della CGIL Guglielmo Epifani. Si dice preoccupato non tanto dai dati che ci illustrano una caduta del 5% del Pil, ma da quelli che evidenziano la caduta del 25% della produzione manifatturiera. Si è perso ¼ della produzione della nostra industria più importante. Questo si traduce in una distruzione enorme di posti di lavoro. Ancora una volta rilancia una seria politica industriale, in modo da mettere la ricerca al centro delle nostre priorità. Ma dal governo proviene solo un assordante silenzio. Come Damiano pensa che i contratti di lavoro sono troppi e vanno ridotti a poche figure chiare e precise. Il suo discorso termina con una riflessione sulla competizione internazionale. Chiede un rispetto globale delle regole della concorrenza, esige reciprocità nel commercio tra gli stati. Non possiamo continuare a competere con un paese come la Cina, in cui non esistono tutele sindacali e i lavori vengono continuamente sfruttati.




14 febbraio 2010

Manifutura Festival 2010: Idee per un nuovo Welfare


La seconda giornata di Manifutura Festival 2010 si apre con un workshop incentrato sui sistemi di welfare, intitolato “Percorsi innovativi nell’industria dei servizi universalistici: Uguaglianza, sussidiarietà e mutualità”. Dopo l’introduzione di Anna Romei, assessore al welfare della Provincia di Pisa, l’economista de “La Sapienza” Claudio de Vincenti illustra le sue ideee, toccando particolarmente il settore della sanità. Articola un discorso lungo e tecnico. Chiarifica le idee che stanno alla base del suo ragionamento e le argomenta con forza. Sostiene che il mercato non può raggiungere una posizione di benessere sociale ottimo, nei settori dell’istruzione e della sanità. Ci servono dei meccanismi di tutela universalistici, che possano garantire l’assistenza sanitaria e l’educazione a tutti i cittadini italiani. Si deve raggiungere l’uguaglianza, è necessario uscire dall’ottica di un sistema di welfare lavoristico, che concede aiuto solo ai lavoratori, e pensare ad un welfare universalistico.

Il mercato può ritagliarsi uno spazio in tutto questo, ma deve intervenire come una possibilità ulteriore offerta agli utenti. Richiama il concetto di autodeterminazione dei cittadini, essi devono poter scegliere, senza forzature, a quale sistema rivolgersi. Il sistema di sanità pubblico è costoso, lo stato deve finanziarlo grazie alla compartecipazione della spesa. I ticket sanitari, in particolare quelli sui farmaci, servono a responsabilizzare il consumo degli utenti ed evitare gli sprechi. Bisogna stare però attenti a come applicarli. Un giovane facoltoso può essere responsabilizzato dal ticket, mentre un povero anziano può essere renitente a comprare in farmaco di cui ha bisogno. Per realizzare tutto ciò c’è bisogno di una forte governance pubblica: il governo centrale deve garantire il servizio sanitario e sanzionare le strutture non virtuose, che hanno gravi perdite di bilancio. Concludendo, il professore insiste sull’uguaglianza e il diritto di scelta del cittadino, in modo da far aumentare il suo potere all’interno della società.

Walter Ricciardi si occupa di sanità all’interno di Italia Futura, la fondazione creata da Montezemolo. Afferma che l’Italia non produce abbastanza medici e infermieri, il sistema assistenziale è traballante, si basa per la maggior parte sulle badanti. Italia Futura ha formalizzato proposte semplici e di buon senso, come l’utilizzo del ministero come organo di garanzia, di programmazione e di controllo dei vari sistemi sanitari; una maggiore trasparenza delle strutture ospedaliere, rendendo accessibile gli indici di mortalità per ogni intervento; un maggiore controllo sui medici, verificando di tanto in tanto le loro capacità.

Pierluigi Stefanini, presidente Unipol, afferma che se vogliamo un sistema migliore dobbiamo far leva sul lato sociale delle imprese, valorizzando il settore no profit. Questo è spesso visto come il figlio di un dio minore, non è ostacolato dallo stato, ma neanche valorizzato. Si deve uscire dalla logica di semplice tolleranza del no profit e dargli una forte reputazione: questo settore deve poter essere un motore di sviluppo del paese. Giorgio Vittadini, della Fondazione Sussidiarietà, continua il discorso di Stefanini affermando il ruolo che possono avere le cooperative mutualistiche nel migliorare l’offerta che il sistema sanitario rivolge ai cittadini. Si deve raggiungere un servizio di assistenza universale, tramite la pluralità e la differenziazione dell’offerta.

Il deputato PD Donata Lenzi pensa che siano pochi i politici europei che hanno intenzione di dismettere il sistema universalistico sanitario. Il problema sorge quando pensiamo all’accesso al sistema del welfare. Alcuni partiti come la Lega Nord, vorrebbero mantenere il sistema universale ponendo dei paletti all’accesso, basati sulla cittadinanza. Si vuole escludere gli immigrati dal sistema, senza considerare che molti di loro pagano le tasse e contribuiscono a sostenere il welfare utilizzato da tutti gli italiani. Chiude dicendo che c’è bisogno di nuovi e più ampi ammortizzatori sociali e di pensare ad un welfare che garantisca l’uguaglianza dei cittadini, ma il governo sembra andare nella direzione opposta.




13 febbraio 2010

Manifutura Festival 2010: Domanda Pubblica e Innovazione


Nel primo Workshop del Festival dell’Economia “Manifutura” si è parlato di “Domanda Pubblica e innovazione”. Il dibattito si è concentrato su come la spesa pubblica può influenzare l’innovazione. La tavola rotonda è stata introdotta dall’assessore all’Innovazione amministrativa della provincia di Pisa Nicola Landucci che ha incentrato il suo discorso sul futuro del sistema informativo e della conoscenza in Toscana. L’ex ministro Vincenzo Visco ha lanciato la palla, introducendo la spinosa questione dell’organizzazione della Pubblica Amministrazione. C’è bisogno di utilizzare i nuovi mezzi informatici per sviluppare una PA efficiente che sappia far procedere le imprese verso l’ innovazione. Si deve investire e organizzare, comprare i mezzi e coordinare i vari enti locali.

Il dibattito vero e proprio ha preso il via con l’intervento di Innocenzo Cipolletta, presidente delle Ferrovie dello Stato. L’imprenditore ha sostenuto la necessità di investire per soddisfare i bisogni e non per sviluppare le imprese. Solo in questo modo possiamo mettere in atto un circolo virtuoso che ci conduca diretti verso l’innovazione prima e lo sviluppo economico poi. Se investiamo solo per favorire le imprese italiane rischiamo di spendere senza innovare. Dobbiamo avere il coraggio di commissionare i lavori alle imprese straniere, se sono più innovative di quelle di casa nostra.

L’ economista di Tor Vergata, Gustavo Piga, ha incentrato il suo discorso sulle idee. Sono queste che devono essere usate dalla PA e dalle imprese, visto che sono l’elemento base dell’innovazione. Ma spesso queste non riescono ad arrivare alla luce, o non vengono riconosciute come profittevoli. Bisogna ripensare al sistema degli appalti. Il sistema di concessione degli appalti non può essere una gara basata esclusivamente sul prezzo o sulla reputazione delle imprese. Nel primo caso si rischia di far vincere chi non conosce il prezzo reale dell’opera, nel secondo si rende la vita difficile alle nuove imprese. Abbiamo bisogno di un sistema misto.

L’assessore alla programmazione, ricerca e innovazione della provincia di Trento, Gianluca Salvatori, ha voluto sottolineare che un nuovo strumento tecnologico non porta di per sé all’innovazione. Introdurre un nuovo strumento innovativo, in un vecchio sistema, non può creare innovazione se non c’è stata una precedente evoluzione organizzativa. Deve essere la ristrutturazione dell’ organizzazione di una data attività a produrre una nuova tecnologia adatta e non viceversa. Per innovare ci servono idee, ma anche ricerca e molta progettazione.

Infine Claudio Levorato, presidente di Manutencoop, una cooperativa che fa manutenzione sugli edifici, ha espresso il suo disappunto per l’inefficienza della PA. Conducendo una ricerca nel suo settore, ha scoperto che la maggior parte degli uffici pubblici sottoutilizzano gli spazi che hanno a disposizione. Gli enti pubblici, al momento di investire, non calcolano il rapporto tra costi e benefici. Ma il problema più grave è quello della coerenza. Spesso lo stato, le Regioni e i comuni si danno delle norme che sono i primi a non rispettare.





12 febbraio 2010

Manifutura Festival 2010: introduzione di Visco e Prodi


Oggi si è aperto, alla stazione Leopolda di Pisa, “Manifutura” festival dell’economia reale, organizzato dalla Fondazione Nens, creata da Vincenzo Visco e Pierluigi Bersani. Dopo i rituali saluti del Sindaco Marco Filippeschi e del Presidente della Provincia Andrea Pieroni, proprio l’ex ministro delle finanze Visco ha aperto i lavori.

Finalmente sono riuscito ad ascoltare un monologo profondamente keynesiano, senza se e senza ma. Visco ha parlato della crisi, ha sostenuto che la ripresa è vicina, l’economia mondiale, gravemente malata, è riuscita a sopravvivere: ora dobbiamo capire come sarà la convalescenza. Per salvare il malato, i governi hanno adottato politiche keynesiane espansive sia sul lato della spesa pubblica che quello della moneta. Gli Stati Uniti hanno speso di più, seguiti dalla Corea del Sud e dal Giappone, ma anche i membri dell’Unione Europea hanno fatto notevoli sforzi. L’Italia ha fatto free riding, ovvero ha approfittato degli sforzi altrui, senza muovere un dito.

Ma la spesa monetaria, seppur necessaria, non ha dato i frutti sperati. Le banche ne hanno approfittato per rimettere in sesto i loro bilanci ed elargire bonus. Il resto del denaro è stato investito in prodotti finanziari a rendimento veloce e sicuro, senza finanziare l’economia reale. Al tempo stesso le politiche espansive europee sono state disorganizzate, si è avuto il timore di spendere troppo e non si è fatta politica discrezionale. La Germania detiene un incredibile surplus nelle esportazioni, questo la favorisce mettendo in crisi tutti gli altri paesi. Serve una politica comunitaria più organica. Non posso che condividere le affermazioni del vecchio ministro.

Subito dopo l’intervento introduttivo, i lavori sono proseguiti con la lectio magistralis di Romano Prodi. L’ex Presidente del Consiglio si è concentrato sulla realtà italiana. Lo ha fatto elencando cifre dati e numeri che risultano difficili da seguire. Ma i concetti sono stati chiari. Ha affermato che il nostro punto di forza è il settore manifatturiero, ma è disomogeneo, il centro-nord produce a livelli tedeschi, il centro sud a livelli elementari. Siamo abili nella meccanica e nell’elettronica. Questi dati sono sufficienti per essere uno dei paesi che esporta maggiormente nel mondo, o almeno lo eravamo prima della crisi. Sfortunatamente la nostra bilancia dei pagamenti è in perdita perché subiamo una forte importazione dei capitali sul lato finanziario.

Poi il professore è venuto alle dolenti note. La più grave è sicuramente la mancanza di innovazione. Siamo un paese che produce molto ma non fa ricerca, non sperimenta. Per questo restiamo indietro agli altri paesi in settori cruciali quali l’informatica, le tecnologie ecocompatibili e le scienze della vita, cioè le scienze farmaceutiche e sanitarie. Questo accade perché lo stato si disinteressa della ricerca, e non esistono grande imprese. Allo stesso tempo non esiste una politica industriale da parte dello stato. Questo governo la trascura. Ma è una seria politica industriale il motore da cui ripartire per sviluppare il paese e uscire dalla crisi. Abbiamo bisogno di un coordinamento tra le piccole e medie imprese, lo stato, le istituzioni europee e le università in modo che sia fatto un programma di ricerca serio, dove le innovazioni possano creare quei circoli virtuosi in modo da rimettere in moto l’intera economia. Insomma dobbiamo iniziare a pensare al nostro futuro.





5 febbraio 2010

Chi la fa l'aspetti

Anche i piccoli stati hanno i propri problemi economici. Gestire un’ economia che deve dar da mangiare a circa 30.000 abitanti nel mondo occidentale non è certo un’impresa ardua, ma gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo. In un paese il cui PIL pro capite ammonta a 34.000 €, gli imprevisti non possono essere di tipo sociale, ma politico. Ieri è caduto il responsabile del Dipartimento di Vigilanza della Banca Centrale di San Marino, Stefano Caringi.

La rimozione è stata fortemente voluta dal governo della repubblica del Titano ed ha seguito lunghe settimane di scontro tra stato e Banca Centrale. Il direttore generale della Banca Centrale Biagio Bossone e il presidente del coordinamento di Vigilanza Luca Papi, hanno infatti espresso un voto contrario rispetto a questa decisione.

La crisi politica nasce da ragioni prettamente campanilistiche. La Banca Centrale Sanmarinese, ed in special modo Caringi, sono stati accusati di essere troppo filo-italiani. Molti funzionari provengono da Bankitalia. Allo stesso tempo, Papi e Bossone hanno proclamato di aver salvato il sistema finanziario della repubblica malgrado i ritardi e i le frapposizioni del governo. In mezzo a tutto questo c’è un’ opaca vicenda giudiziaria, derivante dalla scarsa trasparenza delle banche sanmarinesi. Nell’ambito di questa vicenda, Caringi, ascoltato come testimone, aveva espresso, secondo il governo, opinioni talmente filo-italiane da decretarne la rimozione.

Ora Bossone e Papi minacciano le dimissioni. Si verrebbe così a creare un vuoto istituzionale che sarebbe molto preoccupante se si verificasse in uno stato di media grandezza. Fortunatamente per i sanmarinesi questo non provocherà nessun contraccolpo sociale, solamente il sistema finanziario perderà parte della sua credibilità. Ma questo, in un modo o nell’altro, prima o poi doveva accadere, dati tutti i soldi sporchi, che, grazie al segreto bancario circolano tra gli istituti della repubblica del Titano.




29 gennaio 2010

Disoccupazioni

L’ultimo rapporto Istat ci informa che la disoccupazione italiana è salita all’8,5%. Considerando che la disoccupazione fisiologica oscilla tra il 5-6%, e che stiamo affrontando la più grave crisi del dopoguerra, il dato non è di per sé preoccupante. Possiamo aggiungere che paragonato a quello degli altri paesi, è ben più vicino a quelli virtuosi che aquelli vicini alla bancarotta. L’ economia italiana conferma la sua abilità di camminare sempre vicino all’orlo del baratro senza affondare mai. In qualche modo riesce sempre a cavarsela. Ma a quale prezzo?

 

Malgrado tutto quello che ho detto sinora la tensione sociale cresce, la FIAT annuncia piani dolorosissimi, i sindacati sono sul piede di guerra. Perché tutto ciò? Un tale tasso di disoccupazione sarebbe risultato molto più tollerabile seil nostro paese avesse preso delle decisioni diverse nell’ambito del mercato del lavoro.

 

La legge Biagi, velocizzando l’entrata e l’uscita dal mercato del lavoro, avrebbe dovuto assottigliare il dato, ma sono mancate le regole. Se il mercato del lavoro fosse risultato più snello ma dotato di regole più severe, relative all’assunzione dei lavoratori, si sarebbe evitata la confusione attuale. Quando parlo di confusione mi riferisco ai contratti precari privi di una vera connotazione, come i contratti a progetto senza progetto e l’apprendistato senza alcun mestiere da imparare. Questa confusione non fa che aumentare l’instabilità sociale. Le poche regole stabilite non sono neanche state rispettate, perché spesso i controlli non sono stati effettuati, basti pensare alla grande fetta di lavoro nero ancora presente nella penisola.

 

La flessibilità del mondo del lavoro è spesso accompagnata da ammortizzatori sociali forti, tradotti in ampi sostegni alle famiglie di chi perde momentaneamente il lavoro. Ma il 50% del nostro welfare è assorbito dalla spesa pensionistica. Il rapporto Eurispes di oggi ci dice che i salari sono tra i più bassi rispetto ai paesi più industrializzati. Tutto questo basterebbe a rendere incandescente la situazione.

 

Gli stimoli all’economia sembrano già terminati. Chiusa la crisi finanziaria lo stato sembra essersene dimenticato, e non ritiene che si debba incentivare ulteriormente la ripresa; come se la crisi reale (conseguentea quella finanziaria) non esistesse. Così sembrano alle spalle gli incentivi ai consumi e non si discute più l’opportunità di tagliare le tasse sul lavoro, che sottraggono reddito agli operai.

 

 

 




29 gennaio 2010

Conferme

Ieri sera l'amministrazione Obama ha evitato il peggio. Ben Bernanke è stato riconfermato governatore della Federal Reserve, la Banca Centrale Statunitense, con ampio margine. Se il governatore fosse stato bocciato sarebbe stata l'ennesima sconfitta, in poche settimane, per il presidente. Probabilmente il caos politico si sarebbe aggravato. Ma non c'è molto da state allegri.


Bernanke è entrato nel board delle Federal Reserve quando questa era guidata da Alan Greenspan, uno dei principali fautori delle politiche scriteriate che hanno condotto alla crisi economica. Dopo pochi anni è stato nominato da George W. Bush, come governatore, nel 2006. Bernanke è quindi una delle espressioni di quel potere repubblicano che ha messo in seri guai gli Stati Uniti e l'intero globo.

Fortunatamente, durante la sua amministrazione, si è mostrato come un uomo pratico e moderato. E' stato più espressione della grigia burocrazia che del potere politico. Nella prima parte del suo mandato, la sua politica economica si è mostrata moderata rispetto a quella del suo predecessore. Durante la crisi ha aumentato l' offerta di moneta in modo da stimolare reddito e occupazione, scontrandosi con chi sosteneva che queste manovre avrebbero condotto solo ad una maggiore inflazione. 

In quest' ultimo periodo ha fatto però cessare questi stimoli: questo potrà provocare brutte conseguenze per l'occupazione. Per questo molti democratici guardavano scetticamente a una sua ricandidatura. Lo stesso i repubblicani non gli hanno perdonato gli interventi "socialisti" durante la crisi. 

Barack Obama lo ha comunque sostenuto, come governatore super partes. Credo che la scelta del Presidente sia stata azzeccata, perché il clima degli ultimi giorni, con la crescita dei malumori verso le tasse e l'intervento statale in economia, non avrebbe permesso la nomina di un governatore più progressista, molto vicino all'area liberal. Alla fine Bernanke si dimostra una buona sintesi della società americana.


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permalink | inviato da Enrico Cerrini il 29/1/2010 alle 10:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



28 gennaio 2010

Trichet contro le banche

Dopo l'attacco di Sarkozy, i banchieri hanno subito e subiranno altri attacchi al meeting di Davos. Le accuse saranno più o meno le stesse, visto che le loro colpe sono sotto gli occhi di tutti. 

Il direttore della BCE, Trichet, si è allineato a questa tendenza, la differenza è che parla come un economista invece che come un politico. Fortunatamente non accusa le Banche di aver determinato l'intervento pubblico in economia, ma espone quello che non hanno fatto. Chiede ai banchieri di adoperare la necessaria trasparenza, redigendo bilanci che corrispondo al vero stato di salute delle aziende, e di finanziare maggiormente l'economia reale.

Lo stile e le parole con cui si rilasciano le dichiarazioni è spesso importante. Mentre Sarkozy ha preso posizioni nette e ha indicato la tendenza per il futuro, Trichet, pur seguendo la strada carismatico leader, si è limitato a dire quelle parole di buon senso che non possono che essere condivisibili. Sarebbe stato opportuno che l'uomo forte dell'Eliseo avesse fatto lo stesso.


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permalink | inviato da Enrico Cerrini il 28/1/2010 alle 20:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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