.
Annunci online

  econolitica [ "Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari. In breve, non ci piace. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi." John Maynard Keynes ]
         

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog


8 aprile 2010

La rivalutazione necessaria


Il segretario del Tesoro statunitense, Timothy Geithner è volato verso Pechino. Il suo arrivo nel celeste impero potrebbe significare l’avvicinamento della tanto attesa rivalutazione del tasso di cambio dello Yuan. Pare che la Cina stia per allentare le manovre artificiali che fanno in modo che la moneta resti svalutata, quindi facilmente comprabile dai consumatori esteri. Questo rende i prodotti cinesi molto economici e molto competitivi.

C’è stato un largo dibattito economico per comprendere come Pechino tenesse la sua valuta debole ma competitiva e se questo fosse un effettivo svantaggio per i paesi occidentali, in primo luogo gli Stati Uniti. Personalmente credo che spesso le teorie economiche più veritiere siano quelle più semplici. Per questo sono completamente d’accordo con l’analisi che fa Charles Kupchan dalle colonne del “The New York Times” e pubblicata oggi dal nostro “Il Sole 24 ore”. Mentre ho dei forti dubbi su quella di Fabrizio Galimberti.

L’autore statunitense afferma che è necessario far fluttuare lo Yuan liberamente. Grazie all’alleggerimento delle manovre statali questo potrebbe rivalutarsi a causa della forte richiesta di export, e di conseguenza di moneta, cinese. La rivalutazione farebbe calare le esportazioni cinesi a vantaggio di quelle di tutti gli altri stati esportatori, in primis Stati Uniti e Italia (dato che l’export tedesco occupa un diverso tipo di mercato). La rivalutazione potrebbe anche portare benessere agli stessi cinesi. Una diminuzione dell’export potrebbe significare un aumento dei consumi interni, che si tradurrebbe in un aumento e in una redistribuzione del reddito per le famiglie cinesi.

Infine Kupchan afferma che gli Stati Uniti non possono ottenere la rivalutazione tramite minacce politiche, ma solamente aumentando il loro grado di cooperazione con la Cina. Barack Obama non può accusare Hu Jintao di svolgere azioni contro la concorrenza: se Pechino è il cattivo che rema contro il libero mercato, Washington non può di certo rappresentare il buono.

Al contrario, il giornalista italiano cerca di dimostrare come lo Yuan non abbia un tasso di cambio così basso come si pensi: la rivalutazione sarebbe un altro atto dirigistico e non il trionfo del libero mercato. L’opinione è legittima, la dimostrazione meno. Galimberti prende i dati riguardanti la fluttuazione dal ’94 a oggi dei tassi di cambio delle monete che rispecchiano un’economia che consuma molto meno di quello esporta. Queste monete sono quelle di Giappone, Svezia, Norvegia, Svizzera e Danimarca. I dati ci dicono chiaramente come lo Yuan in termini percentuali si sia apprezzato molto di più delle monete degli altri paesi. Ciò che invece i dati non ci dicono è quale forza avevano queste monete nel ’94. Indubbiamente la Cina non era ancora una potenza delle attuali dimensioni, la sua bilancia commerciale non aveva certo gli squilibri che ha oggi: era appena un paese emergente. E’ ovvio che in questi anni lo Yuan si è rivalutato di più delle valute di stati che nel ’94 avevano già un quadro economico ben consolidato. La moneta cinese oltre a crescere più dello Yen, del Franco Svizzero e dei vari tipi di Corona, dovrà pian piano raggiungere la forza di queste valute. E la strada è ancora lunga.





31 gennaio 2010

No, proprio no

Sono scoppiati nuovamente gli attriti tra Stati Uniti e Cina. I tentativi di Barack Obama per farsi benvolere dai cinesi sembrano essere giunti al termine. Sembra infrangersi il sogno del G2, ovvero di una stretta alleanza economica e politica tra le due più grandi potenze mondiali. Tutto questo poteva apparire inevitabile. I modelli politici delle due superpotenze sono troppo diversi. La repressione cinese mal si concilia con il liberalismo sfrenato americano. 


I temi di scontro sono molteplici. In primo luogo c'è la rivalutazione dello Yuan, la moneta cinese. La banca centrale di Pechino non consente alla propria moneta di rivalutarsi in modo da mantenere bassissimi i costi dell'importazione di oggetti cinesi all'estero; ciò consente al made in China un fiorente mercato di export, mentre il made in USA viene soffocato dall'alto costo del Dollaro. Ci sono i veti posti dal governo di Pechino alle aziende statunitensi, che vedono il culmine nel caso Google; in cui il principe dei motori di ricerca non ha voluto cedere alla censura imposta da piazza Tienanmen. Per non parlare dei diritti umani nelle regioni autonome del Tibet e dello Xingjiang. In un angolo, rispetto a questi temi, sperduta e dimenticata rimaneva la spinosa questione di Taiwan.

Taiwan è lo stato creato sull'isola di Formosa dai nazionalisti cinesi, guidati da Chiang Kai-shek, sconfitti dai comunisti durante la rivoluzione maoista. E' da sempre un alleato americano in Asia. Con i recenti tentativi della Corea del Sud e del Giappone di rendersi più autonomi rispetto all'ingombrante alleato, Taiwan rappresenta l'ultima vera roccaforte statunitense in quest'area geopolitica. La Cina rivendica però la sua sovranità sull'isola. Ieri Barack Obama ha annunciato la vendita di armi al governo di Taipei, violando un recente trattato stipulato con Pechino. Ciò ha scatenato la più grave crisi diplomatica dal 2001. 

Provo a spiegarmi il motivo di tale gesto. Ma sinceramente non riesco proprio a trovarlo. Il controllo geopolitico della piccola isola non può essere più importante rispetto alle altre tematiche. Far scattare una crisi su questo tema può far irritare il governo di Pechino e indebolire le richieste di Washington su temi ben più importanti come quelli esposti in precedenza. Può essere visto come un atto di forza, per far vedere come gli USA possono imporsi sulla Cina, ma data la debolezza del governo Obama la vedo una mossa molto rischiosa. 

I rapporti economici tra Cina e USA sono un po' troppo delicati per essere messi in crisi da una polemica di così basso profilo. Bisognerebbe pensare un po' di più alle conseguenze quando si prendono questo tipo di decisioni. 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Obama Hu Jintao Yuan Taiwan

permalink | inviato da Enrico Cerrini il 31/1/2010 alle 13:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


sfoglia     marzo        maggio
 







Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom