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30 aprile 2010

L'intervento di Obama


Nei giorni di fuoco in cui l'ipotesi di una bancarotta greca si stava velocemente materializzando, Barack Obama è stato costretto ad intervenire su una questione che non dovrebbe interessarlo direttamente. La crisi di un paese dell'area Euro dovrebbe essere risolto dall' Unione Europea: una comunità forte, decisa e soprattutto coesa al suo interno. Sfortunatamente l'Europa continua ad essere un' entità troppo rissosa e bisticciosa: si comporta come un bambino che ha bisogno della strigliata della mamma per poi comportarsi rettamente. 

La mamma non può che essere rappresentata dagli Stati Uniti. La telefonata che ieri Obama ha fatto a Frau Merkel per spingerla a mostrarsi solidale con Atene, ha un significato in gran parte politico. Malgrado tutto, gli Stati Uniti sono ancora la principale potenza mondiale, e anche se nessuno lo desidera, devono continuare ad assumersi delle responsabilità politiche. Dico che nessuno lo desidera perché da una parte troppe volte gli USA hanno consigliato male l'Europa che è diventata molto critica verso l'alleato, dall'altra Barack Obama vorrebbe concentrarsi su altre questioni più delicate, soprattutto in Medio Oriente, e confrontarsi con un Europa adulta, che non ha bisogno dei rimbrotti della mamma. Sfortunatamente quando è proprio la Germania, il motore politico ed economico dell'Europa, a fare i capricci, Obama non può certo stare a guardare.

Altri fattori hanno giocato un ruolo chiave per spingere il presidente ad intervenire nella questione Europea. In primo luogo ci sono i fattori economici che un'eventuale bancarotta della Grecia comporterebbe, ovvero la possibilità che il contagio si diffonda al resto del vecchio continente, fino a danneggiare anche le finanze statunitensi. In secondo luogo gli Stati Uniti hanno una grossa responsabilità morale sulla crisi greca, che non possono ignorare. Questa scaturisce da almeno un paio di motivazioni.

La prima riguarda il precedente storico: sono stati gli Stati Uniti a lasciar fallire le banche e a lasciar sprofondare il mondo in una crisi senza precedenti. Ora proprio gli Stati Uniti devono impedire gli altri paesi di commettere lo stesso errore. La seconda riguarda i fatti più recenti: le agenzie di rating che hanno dichiarato la difficoltà di solvibilità dei titoli greci e hanno fatto peggiorare la situazione sono statunitensi e hanno ottenuto un ruolo fondamentale nell'economia mondiale grazie ai governi americani, che hanno sempre creduto ciecamente alle loro stime. Ora sappiamo che queste stesse agenzie non sono molto attendibili, le loro stime potrebbero essere falsate da manovre speculative o dalla corruzione. Obama deve intervenire nel tentativo di non affidare le sorti della Grecia ad una falsa stima di una agenzia di rating.
 




8 aprile 2010

La rivalutazione necessaria


Il segretario del Tesoro statunitense, Timothy Geithner è volato verso Pechino. Il suo arrivo nel celeste impero potrebbe significare l’avvicinamento della tanto attesa rivalutazione del tasso di cambio dello Yuan. Pare che la Cina stia per allentare le manovre artificiali che fanno in modo che la moneta resti svalutata, quindi facilmente comprabile dai consumatori esteri. Questo rende i prodotti cinesi molto economici e molto competitivi.

C’è stato un largo dibattito economico per comprendere come Pechino tenesse la sua valuta debole ma competitiva e se questo fosse un effettivo svantaggio per i paesi occidentali, in primo luogo gli Stati Uniti. Personalmente credo che spesso le teorie economiche più veritiere siano quelle più semplici. Per questo sono completamente d’accordo con l’analisi che fa Charles Kupchan dalle colonne del “The New York Times” e pubblicata oggi dal nostro “Il Sole 24 ore”. Mentre ho dei forti dubbi su quella di Fabrizio Galimberti.

L’autore statunitense afferma che è necessario far fluttuare lo Yuan liberamente. Grazie all’alleggerimento delle manovre statali questo potrebbe rivalutarsi a causa della forte richiesta di export, e di conseguenza di moneta, cinese. La rivalutazione farebbe calare le esportazioni cinesi a vantaggio di quelle di tutti gli altri stati esportatori, in primis Stati Uniti e Italia (dato che l’export tedesco occupa un diverso tipo di mercato). La rivalutazione potrebbe anche portare benessere agli stessi cinesi. Una diminuzione dell’export potrebbe significare un aumento dei consumi interni, che si tradurrebbe in un aumento e in una redistribuzione del reddito per le famiglie cinesi.

Infine Kupchan afferma che gli Stati Uniti non possono ottenere la rivalutazione tramite minacce politiche, ma solamente aumentando il loro grado di cooperazione con la Cina. Barack Obama non può accusare Hu Jintao di svolgere azioni contro la concorrenza: se Pechino è il cattivo che rema contro il libero mercato, Washington non può di certo rappresentare il buono.

Al contrario, il giornalista italiano cerca di dimostrare come lo Yuan non abbia un tasso di cambio così basso come si pensi: la rivalutazione sarebbe un altro atto dirigistico e non il trionfo del libero mercato. L’opinione è legittima, la dimostrazione meno. Galimberti prende i dati riguardanti la fluttuazione dal ’94 a oggi dei tassi di cambio delle monete che rispecchiano un’economia che consuma molto meno di quello esporta. Queste monete sono quelle di Giappone, Svezia, Norvegia, Svizzera e Danimarca. I dati ci dicono chiaramente come lo Yuan in termini percentuali si sia apprezzato molto di più delle monete degli altri paesi. Ciò che invece i dati non ci dicono è quale forza avevano queste monete nel ’94. Indubbiamente la Cina non era ancora una potenza delle attuali dimensioni, la sua bilancia commerciale non aveva certo gli squilibri che ha oggi: era appena un paese emergente. E’ ovvio che in questi anni lo Yuan si è rivalutato di più delle valute di stati che nel ’94 avevano già un quadro economico ben consolidato. La moneta cinese oltre a crescere più dello Yen, del Franco Svizzero e dei vari tipi di Corona, dovrà pian piano raggiungere la forza di queste valute. E la strada è ancora lunga.





22 marzo 2010

Hallelujah

Finalmente Barack Obama ci è riuscito. Alla riforma sanitaria mancano ormai solo pochi passaggi burocratici per essere approvata. Questa notte, in poche ore, la presidenza Obama ha cambiato il suo stesso significato. Ci siamo addormentati pensando ad una leadership grigia e piena di insuccessi internazionali e ci siamo svegliati osservando uno dei momenti più importanti della storia americana. Gli scarsi risultati ottenuti in politica estera ora non potranno essere usati per screditare il presidente che ha ottenuto uno dei più grandi risultati in politica interna.


La riforma sanitaria è il punto cardine di quella parola che ha segnato la campagna elettorale del primo presidente afroamericano: CHANGE. E' il primo mattone, quello più importante, su cui poggia la vera rivoluzione liberal, quel nuovo new deal tanto auspicato dall' economista Paul Krugman. Questa manovra è il primo passo verso un sistema di welfare universale che tenda ad includere tutti i cittadini. Se questa rivoluzione si concretizzerà tutti i cittadini potranno essere inclusi nella società ed evitare la povertà assoluta. Questi provvedimenti non hanno solo valore dal punto di vista assistenziale, ma coinvolgere gli strati più poveri nei consumi non farà altro che aumentare la domanda aggregata. L' aumento della domanda potrebbe provocare un accrescimento della ricchezza totale, sempre che il moltiplicatore non si inceppi.

So bene che la riforma ha qualche limite, in special modo ha dovuto subire numerose variazioni per essere approvata dai deputati più conservatori, vicini a posizioni antiabortiste. Ma questi difetti non possono scalfire il significato che questa legge ha per tutto il mondo occidentale. Finalmente, dopo troppi anni, possiamo toccare con mano una prospettiva di sviluppo umano e sociale. Per questo esprimo la mia soddisfazione con una canzone dura e sofferente, ma liberatoria, scritta da Leonard Cohen ed interpretata da Jeff Buckley: Hallelujah.






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