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  econolitica [ "Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari. In breve, non ci piace. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi." John Maynard Keynes ]
         

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30 luglio 2010

Raus


Berlusconi ha cacciato Fini e i suoi filistei dal PDL. Probabilmente sarà una mossa che inciderà in negativo sulla tenuta del peggior governo italiano del dopoguerra, e di questo non posso che rallegrarmi. Ma io penso di reputarmi soddisfatto anche per la presa di posizione del premier Silvio Berlusconi. Finalmente si è mostrato coerente cacciando brutalmente chi era incompatibile con il suo partito, anche se questa mossa potrebbe portare ad un governo di larghe intese che probabilmente segnerebbe la fine del Berlusconismo.

Oggi probabilmente in molti osanneranno l’ex leader di AN definendolo il martire della politica italiana che si è scagliato contro Berlusconi, cercando di imporre un modello di destra serio ed europeo, ma è stato distrutto. Non ci sarebbe una definizione più falsa per una molteplicità di motivi.

Prima di tutto ritengo che l’unico uomo politico che si è martirizzato nel tentativo di battere Berlusconi senza invischiarsi nelle sue trame è stato Romano Prodi. Solo lui ha battuto il Cavaliere di Arcore, peccato che poi sia stato macinato dalle sue coalizioni rissose. Non ritengo certo chi ha scaricato Berlusconi, dopo aver cercato di banchettare nei suoi schemi di potere, un martire. Gianfranco Fini non è certo la vittima di tutto questo. Lo è solo per chi ha la memoria corta.

Vorrei ricordare che Gianfranco Fini ha vissuto spalla a spalla con Berlusconi per 15 anni prima di fondare il PDL. Due anni fa sapeva benissimo che avrebbe sciolto un partito formato da vecchi ruderi del MSI “bonificati” dall’acqua di Fiuggi, ma che aveva ancora una storia da raccontare, in un gigantesco comitato d’affari chiamato Popolo delle Libertà. Sapeva che non avrebbe potuto imporre la sua idea di partito finché Berlusconi avesse mantenuto il potere. Sapeva che avrebbe lavorato fianco a fianco con personaggi collusi con qualsiasi organizzazione illecita o occulta, dalla mafia a Scientology.

In quel periodo si è parlato della sagacia di Fini, che si univa al PDL per candidarsi al titolo di successore di Berlusconi. Sarebbe bastato appiattirsi ancora un poco sulle sue idee ed il gioco sarebbe stato fatto. Si diceva che Fini fosse il più intelligente alla corte del Cavaliere e avrebbe agilmente sbaragliato la concorrenza interna. Sfortunatamente l’intelligenza politica di Fini è svanita nel momento del suo punto più alto, cioè il congresso di Fiuggi. La mossa di convertire l’MSI in un partito moderato fu molto azzeccata, dette veramente una nuova linfa alla destra italiana. Ma con l’avvento del Cavaliere questa nuova destra non ha prodotto più niente, non ha mai avuto un vero e proprio progetto politico e si è fatta subito schiacciare dalla neonata Forza Italia.

Come AN fu schiacciata da Forza Italia nella coalizione del Polo delle Libertà, Fini si è lasciato schiacciare dalle faide interne al PDL nate per definire il futuro leader. Quando ha capito che ancora una volta non sarebbe diventato il leader della destra, è rimasto folgorato sulla via di Damasco, e ha iniziato a sputare sul suo alleato, sfruttandone i problemi giudiziari (che si trascina da ben prima della loro alleanza) e criticando la politica del governo di cui fa parte. Neanche Bertinotti era giunto a tanto, e almeno lui si poteva giustificare dicendo che era di estrazione movimentista.

Dopo aver tentato di partecipare alla grande abbuffata e non aver mangiato che gli scarti, Fini è stato costretto ad andarsene. Da qui nasce l’idea che formerà un nuovo partito che grazie alle sue idee porterà in Italia una destra sana e seria. Questa affermazione è più che discutibile. Se è vero che i berlusconiani e i leghisti al governo hanno elaborato delle leggi pessime, ricordo che il decreto firmato dal finiano Ronchi privatizza la gestione dell’acqua senza dare uno straccio di linea guida a questo passaggio. Ma soprattutto dove ci porterebbe la destra di Fini, quali sono i suoi modelli?

Il modello di Fini non è certo la destra seria ed europea di Angela Merkel, con la quale non ha alcun contatto. Qualche tempo fa sembrava che Fini si fosse innamorato del presidente francese Nicolas Sarkozy. Se questo è il suo modello allora vorrei ricordare che il presidente francese ha fondato il suo successo politico su una truffa: poco prima della scelta del candidato della destra alla presidenza accusò l’attuale premier De Villepen di aver preparato un dossier contro di lui. Ovviamente la notizia era falsa ma i francesi si intenerirono nei suoi confronti e lo elessero come presidente. Scelta sciagurata. Il programma di Sarkozy consiste nel supportare un capitalismo di stampo americano che prevede il minimo intervento dello stato nell’economia ovvero lo smantellamento dello stato sociale e la riduzione delle tasse (come sostiene anche il finiano Della Vedova). Lo stesso sciagurato capitalismo che ci ha portato alla crisi economica. Tutto ciò condito da principi come laicità e ambientalismo. Il risultato è che se si votasse ora, uno dei possibili candidati socialisti, Strauss-Kahn (personaggio mediaticamente meno presentabile di Prodi), farebbe incetta di voti. Fini probabilmente prenderebbe i principi economici di Sarkò e li condirebbe sostenendo un po’ la giustizia, che in Italia interessa ormai di più dell’ambiente e della laicità.

Tanti Auguri quindi a questo nuovo soggetto politico che si spaccia come la destra seria ma che nella migliore delle ipotesi naufragherà inglobato dall’UDC di cui Casini rimarrà leader indiscusso.

P.S. Se si cerca un leader di destra serio e capace allora basta guardare all’interno del PDL. Malgrado che si sia venduto a Berlusconi per un tozzo di pane e che i miei ideali politici siano distanti anni luce dai suoi, Giulio Tremonti resta l’unica persona di destra che posso considerare capace e preparata.




13 maggio 2010

Bozza dell'intervento sull'adozione del Regolamento Urbanistico di Campiglia Marittima

Credo che uno dei campi in cui questo Regolamento Urbanistico si distingua per la sua efficacia sia quello delle energie rinnovabili. Penso che grazie a questo Regolamento Urbanistico ci si avvia verso una regolamentazione che possa dar vita ad una vera liberalizzazione delle energie rinnovabili, come è avvenuto nella Puglia di Nichi Vendola, la regione dove si può creare più facilmente energia pulita. Lo si fa tenendo conto delle esigenze del nostro territorio, delle tutele che dobbiamo apportare al nostro paesaggio e alle nostre campagne. Si viene a formare una sorta di liberalizzazione ponderata con cui si tiene conto dell’esigenza di creare energia pulita, in modo da ridurre le emissioni di CO2 nell’aria, che, causando il riscaldamento climatico, sono uno dei principali nemici dell’uomo dell’ ambiente e del paesaggio. Ma questa liberalizzazione tiene conto delle altre esigenze del nostro territorio, come lo sviluppo umano ed economico, il rispetto del nostro paesaggio e della nostra storia.

Per questi motivi le centrali a biomasse sono considerate come edifici industriali e, di conseguenza, potranno essere costruite solamente in adiacenza delle aree produttive, secondo il principio di contiguità espresso dal Piano Strutturale. Questo eviterà la possibilità di episodi spiacevoli come il caso “Amatello”, in cui fu chiesto di costruire una centrale a biomasse in territorio aperto.

Non esistono vincoli perimetrali per gli impianti del grande eolico. Gli imprenditori potranno chiedere l’installazione delle pale eoliche in ogni zona della nostra campagna, tenendo conto di accorgimenti precisi come la distanza dalla rete elettrica. Questo avviene perché non si può bloccare ulteriormente lo sviluppo di una fonte che produce una grande quantità di energia, occupando solo una piccola parte del suolo. L’installazione di questa fonte è già vincolata alla procedura di VIA regionale: una procedura difficile e costosa che tiene già conto di tutte le diverse esigenze delle parti in causa.

I problemi di conciliazione fra la tutela del paesaggio (specialmente quello agricolo) e la necessità di produrre fonti di energia rinnovabile si pongono sopratutto nel caso degli impianti fotovoltaici. Questo tipo di impianti può “rubare” un enorme spazio al nostro suolo agricolo. I nostri agricoltori sono chiaramente in difficoltà, per questo potrebbero essere allettati a concedere grosse fette dei loro terreni in favore dei pannelli solari. Questo sarebbe una catastrofe per il nostro territorio, le nostre campagne sarebbero invase da pannelli fotovoltaici e perderebbero completamente la loro specificità. Non vogliamo che questo accada. Allo stesso tempo non credo che si debba negare alle imprese di installare pannelli solari in grandi appezzamenti di terreno. I tetti delle case e dei capannoni potrebbero non avere metri quadri sufficienti per sviluppare al meglio questa fonte energetica. Per sviluppare in modo corretto la creazione di energia solare dobbiamo concedere parte del territorio agricolo, senza danneggiarlo. Per questo l’installazione dei pannelli fotovoltaici è ben vincolata da due importanti criteri. Il primo è quello dell’autoproduzione. Ogni agricoltore potrà creare fino a 700 KW di energia fotovoltaica per l’autoconsumo. Questa iniziativa tutela sia gli interessi generali della tutela del paesaggio e dell’ambiente, che quelli privati degli imprenditori agricoli, che potranno utilizzare le energie rinnovabili come integrazione del loro reddito. Il secondo principio è quello di dare l’opportunità alle imprese che producono questo tipo di energia di installare impianti più vasti in quelle aree di territorio agricolo dove il più alto cuneo salino rende meno fertile la terra.

Voglio chiudere affermando quanto lo sviluppo delle energie rinnovabili sarà importante sul nostro territorio. Se sono palesi i benefici in termini ambientali e di rispetto degli accordi internazionali come il protocollo di Kyoto, meno espliciti sono quelli in termini di sviluppo economico e culturale. Permettere di costruire, installare e utilizzare le energie rinnovabili nel nostro territorio consente di attrarre gli investimenti di quelle imprese di qualità che possano permettere uno sviluppo economico alternativo all’acciaio. Si potrebbe creare un circolo virtuoso dove le aziende produttrici di energie rinnovabili decidano di produrre e utilizzare in questo territorio i loro prodotti. Se così fosse si creerebbero i presupposti di un miglioramento qualitativo del nostro sistema industriale, che potrebbe incentivare la formazione di nuovi posti di lavoro per i giovani abitanti della Val di Cornia e allo stesso tempo portare un nuovo know-how necessario al miglioramento scientifico e culturale della nostra zona.

Sono d’accordo con l’opposizione quando afferma che l’agricoltura della nostra valle può essere competitiva solo se si rinnova attraverso la qualità. Ma non possiamo limitare questo ragionamento solamente al settore primario. Dobbiamo fare in modo che si creino i presupposti di uno sviluppo qualitativo anche del settore industriale. Anche questo deve essere competitivo, perché possa creare un futuro sviluppo economico che consenta di trovare un buon posto di lavoro alle giovani generazioni. L’aumento della qualità nel settore industriale potrebbe creare quei presupposti che servono per raggiungere la tanto sperata qualità del settore agricolo. Questo è infatti condotto, per la maggior parte, da vecchi contadini ormai prossimi alla pensione. E’ difficile chiedere loro di innovare qualitativamente le loro imprese. Questo potrà essere possibile solo sprigionando una serie di forze scientifiche e culturali che possano stimolare la creatività e l’innovazione di una nuova imprenditorialità giovanile, che possa trovare espressione in tutti i tre settori dell’economia, non soltanto in alcuni campi.

Con questo voglio affermare che cedere una parte consistente, ma ben regolata, di territorio agricolo alle energie rinnovabili potrebbe non condurre ad un disfacimento del settore primario e delle nostre campagne. Potrebbe invece porre i presupposti di un più ampio sviluppo futuro. Ovviamente nessuno di noi possiede la sfera di cristallo che ci mostra tutte le risposte e non posso certo scommettere su quello che avverrà; ma credo che questo Regolamento Urbanistico offra perlomeno un tentativo di un serio sviluppo che possa toccare tutti i settori economici.




9 maggio 2010

Punizione "divine"



Hannelor Kraft, la candidata socialista alla poltrona di presidente della maggiore regione tedesca, il Nordeno Westaflaia, esulta dopo aver conosciuto i risultati elettorali. La maggioranza Giallo-Nera, composta da Liberali e Democristiani, che guidava il cuore dell'economia germanica si è dissolta. Sarà una coalizione di sinistra a governare per i prossimi 5 anni. Il dato più ecclatante è il collasso della CDU, il partito democristiano della cancelliera Angela Merkel, che perde 10 punti in 5 anni.

La Germania sta pian piano voltando le spalle a Frau Merkel. Gli errori fatti dalla cancelliiera nell'affrontare la crisi greca appaiono imperdonabili. Si è comportata in maniera apparentemente schizofrenica, tentando in ogni modo di rimandare la decisione a dopo questa consultazione elettorale. La sua strategia è fallita: la crisi greca è esplosa pochi giorni prima delle elezioni e il governo non ha più potuto evitare il piano di aiuti verso il paese ellenico. Ma il piano è stato attuato troppo tardi e non ha evitato la tempesta finanziaria che da qualche giorno sta travolgendo l'europa.

La risposta degli elettori tedeschi a questa politica scriteriata è stata netta. La CDU di Angela Merkel si è dimostrato un partito che ha perso lo spirito europeista di Helmuth Kohl, e ha preferito anteporre le logiche elettorali al bene più grande della stabilità dell'intera Eurolandia. Si merita tutta la punizione inflitta dagli elettori e da quegli Dei che sembrano ancora sorvegliare Atene dall'Olimpo.




6 maggio 2010

Assassini



Tre giovani dipendenti, tra cui una ragazza incinta, della filiale di Atene della banca Marfin sono morti in seguito all'incendio dell'edificio in cui lavoravano. La frangia più estrema del movimento di protesta contro la politica di austerity del primo ministro Papandreou ha colpito ed ucciso tre persone innocenti.

Il primo ministro ha accusato gli estremisti di essere degli assassini. Al contrario parte della popolazione greca ha puntato l'indice contro le inesistenti misure di sicurezza dell'edificio in cui i tre lavoravano. Entrambi hanno ragione. La tragedia, più che mai greca, è stata scatenata da una serie di cause, la cui responsabilità non è certo figlia di un solo soggetto. E' una molteplicità di soggetti fisici o giuridici che è responsabilie della morte dei tre ragazzi.

In primo luogo si possono accusare gli esecutori materiali dl gesto, e il fronte estremista a cui appartengono e che ha instillato loro le idee di violenza. In secondo luogo non si può ignorare la carenza di sicurezza dell'edificio, l'assenza di misure necessarie nel caso di incendio da parte di chi amministrava il palazzo e di chi lo ha costruito. Questo per quanto riguarda le responsabilità materiali.


Ma non possiamo ignorare le responsabilità politiche di quello che è successo. Differenti organismi hanno agito in maniera quantomeno poco saggia ed hanno innescato una situazione di tensione e violenza. Lo stesso premier George Papandreu non è riuscito a trasmettere l'idea che la politica di austerity da lui promossa andrà a vantaggio di tutti i cittadini ellenici, anche di quei dipendenti pubblici il cui salario sarà molto ridimensionato. Le agenzie di rating hanno declassato la stabilità del debito pubblico greco generando paura all'interno delle borse e aumentando la spirale speculativa. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha esitato davanti alla possibilità di un accordo europeo per garantire un aiuto finanziario ad Atene, preoccupata dalle elezioni che si terranno domenica nel maggiore Land germanico.

Il maggior imputato rimane il vecchio premier greco Kostas Karamanlis, colpevole di aver truccato i conti pubblici, di aver alimentato la bolla speculativa, di aver dato l'illusione di una repentina crescita e un'immediata ricchezza per tutto il suo popolo. Il suo piano di governo si è rivelato un castello di carte pronto a crollare alla prima folata di vento, innescando una contagiosa spirale di crisi, tensioni sociali e violenza indiscriminata. Lui e gli altri dirigenti del suo partito, Nuova Democrazia, dovrebbero portare gran parte del peso morale della morte dei tre innocenti.




1 maggio 2010

Buon Primo Maggio a Tutti




30 aprile 2010

L'intervento di Obama


Nei giorni di fuoco in cui l'ipotesi di una bancarotta greca si stava velocemente materializzando, Barack Obama è stato costretto ad intervenire su una questione che non dovrebbe interessarlo direttamente. La crisi di un paese dell'area Euro dovrebbe essere risolto dall' Unione Europea: una comunità forte, decisa e soprattutto coesa al suo interno. Sfortunatamente l'Europa continua ad essere un' entità troppo rissosa e bisticciosa: si comporta come un bambino che ha bisogno della strigliata della mamma per poi comportarsi rettamente. 

La mamma non può che essere rappresentata dagli Stati Uniti. La telefonata che ieri Obama ha fatto a Frau Merkel per spingerla a mostrarsi solidale con Atene, ha un significato in gran parte politico. Malgrado tutto, gli Stati Uniti sono ancora la principale potenza mondiale, e anche se nessuno lo desidera, devono continuare ad assumersi delle responsabilità politiche. Dico che nessuno lo desidera perché da una parte troppe volte gli USA hanno consigliato male l'Europa che è diventata molto critica verso l'alleato, dall'altra Barack Obama vorrebbe concentrarsi su altre questioni più delicate, soprattutto in Medio Oriente, e confrontarsi con un Europa adulta, che non ha bisogno dei rimbrotti della mamma. Sfortunatamente quando è proprio la Germania, il motore politico ed economico dell'Europa, a fare i capricci, Obama non può certo stare a guardare.

Altri fattori hanno giocato un ruolo chiave per spingere il presidente ad intervenire nella questione Europea. In primo luogo ci sono i fattori economici che un'eventuale bancarotta della Grecia comporterebbe, ovvero la possibilità che il contagio si diffonda al resto del vecchio continente, fino a danneggiare anche le finanze statunitensi. In secondo luogo gli Stati Uniti hanno una grossa responsabilità morale sulla crisi greca, che non possono ignorare. Questa scaturisce da almeno un paio di motivazioni.

La prima riguarda il precedente storico: sono stati gli Stati Uniti a lasciar fallire le banche e a lasciar sprofondare il mondo in una crisi senza precedenti. Ora proprio gli Stati Uniti devono impedire gli altri paesi di commettere lo stesso errore. La seconda riguarda i fatti più recenti: le agenzie di rating che hanno dichiarato la difficoltà di solvibilità dei titoli greci e hanno fatto peggiorare la situazione sono statunitensi e hanno ottenuto un ruolo fondamentale nell'economia mondiale grazie ai governi americani, che hanno sempre creduto ciecamente alle loro stime. Ora sappiamo che queste stesse agenzie non sono molto attendibili, le loro stime potrebbero essere falsate da manovre speculative o dalla corruzione. Obama deve intervenire nel tentativo di non affidare le sorti della Grecia ad una falsa stima di una agenzia di rating.
 




27 aprile 2010

Spazzatura


L'agenzia Standard & Poor's ha declassato il rating dei titoli di stato greci da "BBB+" a "BB+"; nella pratica ha definito i bond greci della "spazzatura", inservibili, inutilizzabili per qualsiasi scopo. Questa è una sorta di condanna a morte per Atene, ma espressa da chi non ha l'autorità per emetterla. La bancarotta del paese ellenico si fa sempre più vicina. Cosa è successo in realtà?

Sono ormai alcuni mesi che la Grecia appare vicina alla bancarotta: ogni volta che la situazione si è aggravata, l'Unione Europea ha sempre fatto quadrato per evitare che questo avvenisse. Questo è accaduto perché un default della Grecia provocherebbe una serie di reazioni negative, come il fallimento delle banche che detengono gran parte dei titoli ellenici, la perdita di credibilità dell' Eurozona e il rischio di contagio della crisi verso altri paesi, primo su tutti il Portogallo.

Gli accordi per salvare il paese esistono, ma non sono stati messi ancora in pratica. Il comportamento della Germania (la principale economia europea) è apparso schizofrenico. Berlino si è mostrata favorevole al salvataggio quando la scena è stata dominata dal ministro delle finanze Wolfgang Schauble, mentre si è confermata fautrice del libero mercato quando sono intervenuti il direttore della Bundesbank, Weber, e il ministro degli esteri, l'ultra-liberale Westerwelle. In tutto questo Frau Merkel non si è mai definitivamente espressa: sta ancora attendendo il risultato delle elezioni che si terranno nella maggiore regione tedesca, il Nord-Reno Westfalia. L'atteggiamento di Frau Merkel è assolutamente irresponsabile e poco degno del ruolo che ricopre: un vero leader avrebbe preso immediatamente una decisione così rilevante senza cercare di accoccolare il suo elettorato (in gran parte contrario al salvataggio) in vista delle elezioni.

Allo stesso tempo, il premier greco, il socialista George Papandreu, incolpevole della crisi provocata dalla destra liberale del vecchio primo ministro Karamanlis, ha tentato di sanare i conti pubblici tramite un rigido programma di austerity. Ovviamente l'austerity ha procurato forti tensioni sociali nel paese, ma non appaiono così gravi da provocare vere e proprie rivolte popolari contro i governanti, come accadde in Argentina. La maggior parte dei Greci è favorevole al piano di Papandreu, malgrado che gli anarchici e l'estrema sinistra arroventino il clima.

Oggi Standard & Poor's sembra che non abbia tenuto conto di questi elementi quando ha declassato il rating dei titoli. L'agenzia ha ritenuto opportuno annunciare una prossima bancarotta di Atene, ritenendo che il popolo greco non accetterà il piano programmato dal primo ministro e il governo tedesco non verrà in soccorso delle finanze elleniche. L’atteggiamento di S&P è del tutto irresponsabile: l’arbitraria sfiducia verso i titoli greci è contagiosa, ed ha il potere di trasmettersi ai soggetti interessati, che influenzeranno il mercato obbligazionario e faranno precipitare ancora di più la situazione. La borsa di Atene è già colata a picco. Il decreto di S&P fa accelerare il pericolo della bancarotta.

I governi europei devono quindi intervenire immediatamente per sanare le finanze di Atene, altrimenti sarà il collasso. Uno dei pochi ministri ad essersi comportato responsabilmente è il nostro Giulio Tremonti che ha già preparato il decreto per stanziare i 5,5 Miliardi di Euro che l’Italia deve prestare ad Atene secondo l’accordo europeo. Fortunatamente il prestito non avverrà al tasso di mercato, che ormai è schizzato al 14%, ma si limiterà al 5%, evitando di strozzare ulteriormente le finanze elleniche. Ora devono muoversi tutti gli altri paesi europei, specialmente la Germania dovrà responsabilizzarsi e diventare il motore degli aiuti, come è stata per lunghi anni il traino dell’economia europea.




20 aprile 2010

La rivoluzione liberale

   
Silvio Berlusoni ha concluso la campagna elettorale delle regionali promettendo la rivoluzione liberale di cui il paese ha bisogno per essere competitivo. Solo pochi giorni dopo il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha presentato ai rappresentanti deglio ordini professionali la sua proposta di riforma di questi organismi.

Il ministro Alfano ha giustamente presentato il suo progetto davanti ai soli rappresentanti degli ordini professionali. Questa si è rivelata una scelta azzeccata, perchè non credo che gli altri esponenti della società sarebbero stati altrettanto felici di ascoltare i punti di questa riforma, specialmente le associazioni dei consumatori. Infatti Alfano, da vero liberale (?), ha proposto la reintroduzione delle tariffe minime, cancellate con la lenzuolata di Bersani.

Insomma la rivoluzione liberale va contro gli interessi globali dei cittadini e tende la mano alle caste e ai corporativismi. In particolare la riforma tende a blindare ancora di più il sistema corporativo, facendo in modo che gli ordini siano difficilmente accessibili ai giovani neolaureati. Questo è un problema colossale per le giovani generazioni, e tende ad accuire quella brutta caratteristica italiana di avere un elevato tasso di disoccupazione giovanile.

Il governo si conferma interessato a spezzetare la società fra i salvati, coloro che fanno parte di una casta o di un gruppo, coloro che trovano sempre le scappatoie per farla franca; e i condannati
coloro che da soli devono pensare alla propria realizzazione di sè, senza aiuti dall'esterno. Si viaggia verso una società frammentata, ben poco liberale, ma molto corporativa, dove le tutele sociali esistono ma la loro realizzazione è delegata alla casta di appartenenza, e non allo stato italiano.




16 aprile 2010

Il Duello




Ieri, per la prima volta nella storia della Gran Bretagna, i 3 candidati alla poltrona di Premier si sono scontrati in un duello televisivo. Distinti dal colore della cravatta (rosa per il laburista Gordon Brown, blu per il conservatore David Cameron e gialla per il liberal-democratico Nick Clegg) hanno risposto alle domande del pubblico e del conduttore, attenendosi alle regole dettate dallo show. Non si è vissuto alcun momento di tensione: gli attacchi, anche quelli più sporchi, sono stati vissuti serenamente dai tre leader.

Si prevedeva uno scontro tra conservatori e laburisti, con i liberal-democratici a fare da sfondo. Sfortunatamente per i due partiti tradizionali, i loro leader non brillano certamente di quella facoltà oratoria utilizzata con maestria da Clegg. 
Brown è deciso nelle sue azioni, propone molto ma convince poco, appare come un tecnocrate che ha tramutato il labour party e gran parte della pubblica amministrazione pubblica britannica in una fucina di manager, contribuendo alla burocratizzazione della società. 
Cameron mantiene una politica ibrida tra gli altri due partiti, non riesce a esprimere le sue idee con convinzione, appare troppo impegnato a ringraziare chi gli fa le domande, a ricordare quanto bene hanno fatto alla Gran Bretagna le forze armate e gli ospedali: la sua non è oratoria, ma retorica populista. 
Clegg può incalzare gli altri due con le sue posizioni estreme, soprattutto per quanto riguarda la spesa pubblica, appare deciso a scardinare i vecchi partiti che hanno governato per 60 anni: afferma duramente che loro "più si attaccano, più dicono le stesse cose". Cerca di invogliare la gente ad avere il coraggio di cambiare la Gran Bretagna votando un partito politico fresco e giovane che possa aiutare tutti i cittadini, quando le idee di Cameron sono a vantaggio esclusivamente degli imprenditori mentre quelle di Brown esclusivamente degli operai. Invoca il rilancio della classe media senza fare dell' anti-politica.

Malgrado una perfetta oratoria, Clegg appare incapace di guidare il paese. Il suo piano anti-deficit è estremo e pericoloso. Dice di voler tagliare la spesa pubblica di ben 17 Miliardi di Sterline, tagliando tutti gli sprechi in ogni categoria; quando il leader conservatore ha affermato che è sufficiente un taglio di "appena" 6 Miliardi. Di conseguenza, quando Cameron propone di aumentare la spesa sanitaria, Clegg lo incalza affermando che per essere coerente il leader Conservatore dovrebbe sostenere il taglio anche degli sprechi sanitari.  

Nel balletto del deficit, Brown appare sicuramente l'uomo pragmatico, che tiene le redini e sa quello che dice, quando afferma che tagli di queste proporzioni alla spesa pubblica sono semplicemente insostenibili. La crisi economica è ancora in atto, tagliare la spesa pubblica significherebbe far ricadere gran parte della spesa sulle spalle dei privati, che in questo momento non hanno abbastanza denaro da spendere. Si soffocherebbero i risparmi privati e la recessione si farebbe più lunga e grave. Peccato che non abbia un vero e proprio piano per limitare gli sprechi in modo da rendere più efficace il buon piano di spesa pubblica da lui formulato. Si limita a sostenere che anche lui è ovviamente a favore della diminuzione degli sprechi, senza lanciare una vera strategia.

Dopo il duello sono sempre più convinto che Gordon Brown sia ancora la persona più adatta a governare la Gran Bretagna. Gli altri due sono troppo ossessionati da una politica esuberante, efficace sul piano dialettico ma poco su quello pratico. Spero che anche i cittadini britannici capiranno tutto ciò prima del 6 maggio.




14 aprile 2010

Ogni tanto, una buona notizia



Spulciando tra le pagine del quotidiano "La Repubblica" ho trovato una notizia molto interessante, riguardante il lavoro degli operai in una piccola fabbrica padovana. I 200 operai della Zf Marine non praticano un orario di lavoro standardizzato, ma possono scegliere il momento che più gli aggrada per svolgere i propri doveri, mantenendo due condizione necessarie: la continuità della produzione e la durata del lavoro di 40 ore settimanali. 
Nella pratica, gli operai ogni due mesi compilano una richiesta dove porgono all'attenzione della fabbrica i momenti migliori in cui possono lavorare. Fatto questo, un software modula le loro esigenze e le concilia a quelle delle necessità produttive della fabbrica. 

I risultati non possono che essere straordinari. La flessibilità degli orari del lavoro non fa altro che aumentare la disponibilità degli operai, facendo conciliare le loro esigenze lavorative con quelle ricreative e familiari. Una più larga flessibilità implica una migliore produttività del dipendente che non si sente più stretto tra orari di lavoro troppo rigidi e stressanti, ma si sente libero di gestire il suo tempo come più gli aggrada. 
Oltre alla diminuzione dello stress, questa decisione può essere motivo di un aumento della produttività perché tende a cambiare i rapporti tra lavoratore e imprenditore. Gli operai potrebbero infatti considerare l'impresa come un soggetto benevolo e non più come un'entità estranea che sfrutta il loro lavoro. Questo può far sì che i lavoratori ricambino la benevolenza dell'impresa con atteggiamenti maggiormente collaborativi verso di questa, ovvero impegnandosi di più nelle loro mansioni.

Alle fabbriche italiane e internazionali servirebbero molte decisioni simili, che tendono ad umanizzare il mondo del lavoro.  



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